Perdita di valore/i
11 Novembre 2021
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Perdita di valore/i

Il paradosso, quando si parla di Molise, è sempre dietro l’angolo. La recente decisione di Reti Ferroviarie dello Stato di elettrificare la linea su rotaia regionale (solo fino a Campobasso, escludendo tutto il Basso Molise) entro il marzo del 2023, dovrebbe stupire piuttosto che rallegrare. A parte l’apparire come una decisione piuttosto tardiva, per usare un eufemismo, va sempre tenuto ben presente che a poche centinaia di chilometri da noi, treni ad alta velocità sfrecciano da decenni e si pensa già al passo successivo. Tant’è: non resta allora che allietarci per i cinquanta km o poco più di rete elettrificata che Roma dovrebbe garantire alla nostra regione entro due anni: al momento però su gran parte della rete si riparte ancora con i treni diesel.

Se dalla rotaia ci trasferiamo al trasporto su gomma, il rammarico e la rassegnazione per il sogno ormai svanito dell’autostrada del Molise – mandata in fretta nel cassetto – o per l’ipotesi di raddoppio della Bifernina, – accantonato – aumentano ad ogni semaforo rosso che si incontra lungo la strada quando le esigenze, il lavoro o altro ci portano verso il litorale. I pendolari ringraziano, con buona pace dei reazionari al cambiamento, opportunisti, soprattutto per mancanza di necessità dirette. Il fatto di essere esclusi come regione sia dai progetti che contano, sia dalle grandi opere, manifesta ormai tutto il suo peso negli anni e come detto, il paradosso è sempre dietro l’angolo.

Nel momento in cui usciamo gradualmente dalla pandemia e sarebbe lecito auspicare una ripresa economica, che per la nostra regione passerebbe soprattutto attraverso il turismo, poiché il tessuto industriale ormai è solo un lontano ricordo, ecco che sta per arrivare la paventata riforma del catasto, che secondo una parte degli addetti ai lavori potrebbe rappresentare il colpo definitivo per la nostra regione, dove il patrimonio immobiliare negli ultimi anni ha perso enorme valore. È drammatico constatare come la maggioranza dei proprietari delle case di famiglia, che ormai vivono altrove, tentino di liberarsi in ogni modo degli immobili, di fatto dicendo addio ad ogni possibile ritorno e la dice lunga sull’aspettativa che si ha verso la nostra regione. I ridenti borghi molisani sono tappezzati di cartelli ‘vendesi’ perché con il passare delle generazioni, rientri delle famiglie originarie sono sempre meno probabili ed il paventato aumento della tassazione sulle seconde case ed i crescenti costi di gestione, spingono le famiglie ad adottare scelte drastiche.

In un recente studio rilanciato dall’associazione Forche Caudine, i motivi che porterebbero ad un effetto nefasto sul mercato immobiliare molisano e sugli scenari futuri, con la riforma che diverrebbe attuativa dal 2026, sarebbero diversi: il previsto ‘adeguamento’ degli estimi catastali si scontra con prezzi di mercato in caduta libera in tutta Italia, Molise compreso, a causa anche del decremento demografico che s’ accentuerà nel futuro. Poi c’è l’aspetto di natura generazionale, in quanto a pagare le conseguenze dell’adeguamento saranno i giovani eredi di immobili che spesso non sono in grado di provvedere economicamente alla loro gestione e manutenzione. Spesso inoltre, ad ereditare sono più persone, accentuando le problematiche. Inoltre, la crescente tassazione degli immobili nei piccoli centri dell’entroterra porterebbe ad accentuare quella desertificazione già in atto, annullando crescita turistica e ripresa del mercato immobiliare. A livello pratico, ecco che la riforma dei valori catastali inciderebbe sull’Isee, con ripercussioni economiche per le famiglie, si pensi alla mensa scolastica o alle tasse universitarie, ma anche ai bonus e alle agevolazioni. Queste le ipotesi.

In effetti, nella storia italiana, il catasto, o per meglio dire l’estimo, che è il predecessore del catasto moderno, è stato spesso causa di proteste e rivolte popolari, ma per ragioni opposte. Nel 1655, ad Arzignano, in Veneto, la popolazione si ribellò violentemente contro le élite locali, che avevano cercato di sottrarre i propri beni all’estimo, unico strumento per ripartire i tributi tra ciascuna famiglia. Le élite stavano scaricando la pressione fiscale sulla parte più povera della popolazione e solo riordinando l’estimo in modo che riflettesse propriamente la capacità contributiva di ognuno si poté ristabilire una pace sociale.

Non era concepibile, nell’Italia dell’Alto Medioevo, che l’estimo non venisse aggiornato regolarmente o che le valutazioni si discostassero di molto dal vero. Ogni qualvolta che si delineava una situazione del genere, le proteste montavano fino ad indurre i governi locali ad un riordino, secondo regole chiare e condivise dall’intera comunità. Questo elevato controllo sociale sulla correttezza dell’estimo, si spiega con la piena consapevolezza che il vantaggio impropriamente goduto da un singolo risultava in maggiori tasse per tutti i suoi concittadini. Valutazioni non più corrispondenti al reale, generano una ingiustizia distributiva, soprattutto nei beni non accatastati.

Il fatto che su un tema di basilare giustizia sociale, la società del Medioevo avesse le idee più chiare delle nostre, è una risposta implicita ai mali che affliggono la società contemporanea, attraverso i quali, auspichiamo, si possa trovare uno spirito critico che esca fuori dall’interesse personale. Solo così, probabilmente, in futuro, ci sarà la possibilità di accorciare quel divario che accusiamo con gran parte dell’Italia dal punto di vista infrastrutturale e senza sentenziare aprioristicamente in merito alla riforma catastale, che se servirà a ripartire equamente i carichi fiscali, ben venga. Con buona pace dei soliti disfattisti.☺

 

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