Pesci fuor d’acqua
17 Novembre 2017
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Pesci fuor d’acqua

“Secondo le proiezioni della banca mondiale, la domanda di prodotti acquatici raggiungerà le 261 tonnellate entro il 2030 ed oltre il 62% della quantità totale sarà prodotto di acquacoltura”. Inizia così la descrizione di un progetto elaborato dall’Università del Salento denominato REMEDIA Life con il quale si intende dimostrare che il sistema IMTA (Integrated Multi Trophic Aquaculture) possa limitare i danni provocati dalle attività di acquacoltura.

I problemi ambientali derivati da questo tipo di attività economica riguardano l’inquinamento marino e la produzione di rifiuti difficilmente trattabili visto che la produzione avviene in gabbie immerse nell’acqua. “Questo, evidentemente, influenza la qualità dell’acqua e dei sedimenti e facilita l’emergenza di malattie tra le specie allevate con possibili rischi per la salute anche per l’uomo e la biodiversità marina”.

Date le caratteristiche geografiche è evidente che in Puglia la produzione da acquacoltura sia molto rilevante e se produce danni ambientali questi saranno certamente di notevole dimensione. Non pensiamo, però, che il Molise, nel suo piccolo, non abbia da preoccuparsi di questi aspetti perché lo specchio d’acqua a fronte dei suoi 30 chilometri di costa è comunque interessato dallo stesso tipo di produzione, quasi esclusivamente molluschi. Non sono mancati i finanziamenti specifici, nel corso degli anni, i cui benefici, purtroppo, sono finiti più in qualche portafoglio che nella reale implementazione del settore.

Assenza di pianificazione che sembra denotare una sorta di disinteresse nei confronti di questo piccolo pezzo di Adriatico e ciò non può che provocare confusione e lasciare mano libera a chi lavora sfruttando le ricchezze del mare.

Sicuramente in molti ricorderanno la nascita dei siti Natura 2000 sotto la spinta della direttiva Habitat, il cui scopo principale è: “promuovere il mantenimento della biodiversità, tenendo conto allo stesso tempo delle esigenze economiche, sociali, culturali e regionali e contribuire all’obiettivo generale di uno sviluppo durevole e che il mantenimento di detta biodiversità può in taluni casi richiedere il mantenimento e la promozione di attività umane.”

Degli 88 siti presenti in Molise non ce n’è neppure uno in mare, non c’è né flora né fauna da salvaguardare sotto il pelo dell’acqua. È l’unica regione con lo 0% di territorio ritenuto di valore per l’habitat naturale marino, se si escludono ovviamente le regioni che di costa non ne hanno affatto perché non hanno lo sbocco sul mare. La supremazia “terrestre”, a dire il vero, si riscontra in tutta la nazione visto che nonostante la forma peninsulare dell’Italia e i suoi tanti chilometri di costa i siti protetti in mare non raggiungono il 4% del territorio. È come se le acque territoriali non ci appartenessero, e dire che tanto tempo fa si parlava di mare nostrum.

Prendersene cura, invece, favorisce non solo l’ambiente e quindi la salute degli esseri che vivono nel mare ma anche dell’uomo che ne fa anche un uso alimentare. Per la pesca si pensa di risolvere il tutto con un periodo di fermo biologico, ma credo siano in molti a ritenere questa misura del tutto insufficiente. Inoltre migliorare e diversificare la produzione comporta persino vantaggi economici e, secondo l’Università del Salento, persino “tramite i nuovi mercati legati alla commercializzazione di biomasse non edibili quali prodotti di alto valore commerciale, compresa la produzione di composti biotecnologici derivanti dalle biomasse”.

La maggior parte delle iniziative, finora, si sono limitate alla raccolta della plastica ed altri rifiuti spiaggiati. Persino l’Università del Molise ha collaborato, qualche anno fa, ad un programma europeo per sensibilizzare al problema dei rifiuti marini, il progetto MARlisco, ma i risultati di tale attività non hanno prodotto grandi effetti. Con il programma Interreg Europe si stanno portando avanti incontri sul territorio con il progetto Hericoast, ma ci si ferma sempre all’asciutto. Scambio di esperienze e buone pratiche a livello internazionale e visite locali, senza bagnarsi i piedini.

Di ciò che succede al largo gli unici che ne hanno contezza sono quelli che solcano il mare per lavoro o per piacere, e che vedono le condizioni disastrose dell’ambiente marino provocate da rifiuti e inquinamento, e qualcosa si può capire anche restando semplicemente a riva a guardare ciò che l’alta marea ci riporta indietro ogni notte come un grido d’allarme, una richiesta di aiuto.☺

 

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