Picasso e l’apocalisse
12 ottobre 2018
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Picasso e l’apocalisse

Beato di Liébana è un modesto compilatore, che in un latino “zoppicante”, tra il 776 al 784, cuce insieme brani di Triconio, Fulgenzio, Ambrogio, Agostino, Girolamo e altri autori cristiani dei primi secoli a commento dell’Apocalisse e del Libro di Daniele. Difensore della Ortodossia contro gli attacchi dell’eresia adozionista (secondo la quale, Gesù Cristo, in quanto uomo, sarebbe soltanto il Figlio adottivo di Dio), Beato è un polemista di talento. Memorabile la disputa con l’eretico Elipando, vescovo di Toledo, che gli valse l’elogio del grande Alcuino, precettore di Carlo Magno.

Ma furono i Commentari dell’Apocalisse a segnare gli animi, anche grazie ad una trovata “editoriale” che facilitava la lettura e la comprensione del testo: la divisione in storie, in episodi di importante costruzione narrativa. Copiati e ricopiati nei monasteri di Castiglia e del Leòn, con l’aggiunta di immagini in cui è evidente l’influenza nord-africana, i Commentari forgiarono il gusto e la sensibilità, alimentando l’attesa di un’epoca nuova, “la speranza nei cieli nuovi e nella terra nuova” prefigurati dall’Apocalisse. Di quei codici restano 27 esemplari illustrati da miniatori di genio: Maius, Emeterius, Stephanus e da una delle prime donne pittrici di cui si conosce il nome, la Monaca Ende.

Nei disegni stilizzati dei Commentari, nell’invenzione grafica, nella divisione dello spazio in larghe fasce orizzontali, nell’esplosione dei colori che avrebbero fatto invidia a Gauguin e a Picasso, vi è tutto il fascino dell’Arte Mozarabica, in cui agli elementi cristiani si mescolano motivi islamici. Il miniatore medievale descrive l’agonia degli uomini e delle bestie. Il manoscritto non è un caso isolato, nelle sue pagine confluisce una lunga tradizione teologica e iconografica.

Quando i giornalisti stranieri entrarono a Guernica dopo i bombardamenti del 26 aprile del 1937, trovarono una città spettrale, le case ridotte a cumuli di macerie, carcasse di autocarri e bestiame, mucche, capre, pecore che gli allevatori avevano portato al mercato. Sotto le bombe sganciate dagli aerei di Hitler e Mussolini erano morte più di 1.600 persone: “la visione era orribile ovunque”, scrisse George Steer, inviato del Times di Londra, “semplicemente terrificante”. Rasa al suolo. “Condizione perfetta di una grande vittoria armata”, per il tenente colonnello Wolfram Von Richthofen.

Il 30 aprile del 1937 Picasso lesse il reportage di Steer. Lavorava per il progetto dell’esposizione di Parigi. Fu talmente scosso da mettere da parte il tema previsto per dar forma sulla tela agli incubi e alle atrocità della guerra. Il filosofo Georges Bataille aveva pubblicato un articolo corredato da sei illustrazioni. Tra queste quella che colpì Picasso divenne il nucleo di Guernica: gli effetti del diluvio di fuoco che si abbatté sugli uomini, descritta dall’Apocalisse (8,8-9): “qualcosa come una grande montagna infuocata fu scagliata nel mare e un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto”.

In quelle creature galleggianti disegnate in uno scriptorium antico, nelle maschere di terrore, negli incubi venuti dai sotterranei dell’umanità Picasso riconobbe la violenza cieca della guerra, il dolore innocente, il grido di chi cerca invano una risposta all’orrore e al caos. Il monaco che nella notte dei tempi aveva immaginato quella scena in un monastero della Guascogna divenne il suo compagno e l’ispiratore avant la lettre. Si chiamava Stephanus Garcia ed era uno scriba e un miniaturista molto abile, uno dei più esperti tra quanti illustrarono i Commentari dell’Apocalisse.

L’immaginario medievale trasmigra nell’opera-manifesto di Picasso, nell’icona pacifista che ha sovvertito i canoni della pittura. “Gli stessi volti, lo stesso doloroso stupore, il grido o la preghiera di un uomo che si volge verso il cielo, il nitrito lancinante di un cavallo. Sembra di sentirli, quei suoni, il rumore lancinante delle bombe, il sibilo dei proiettili, gli strepiti e i lamenti, il pianto degli uomini che si mescola agli ululati e ai belati: il male che ha forma di caos, se il caos ha una forma”.

Entrato nella pelle del monaco che aveva dato vita e colore alle visioni dell’Apocalisse, nell’arco di due mesi Picasso completa il murale dalle dimensioni di 8 metri per 3,5 pronto per l’esposizione di Parigi.☺

 

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