pietà
1 Dicembre 2012
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pietà

 

Favola nera, terribile e inesorabile, racconto di formazione crudele nell’ impianto e nelle immagini, Pietà (18° film di Kim Ki duk, regista sud coreano; Leone d’oro quale miglior film alla 69^ Mostra del Cinema di Venezia) ci narra il punto di arrivo della storia di Kang-do, bel trentenne con tanto di chiodo firmatissimo, che si muove – in ossimoro evidente – in uno scenario da incubo: la vecchia periferia sottoproletaria di una Seul invasa dai grattacieli delle compagnie affaristiche del nuovo millennio.

Il groviglio di casupole in demolizione, le botteghe, gli scantinati, i garage accessibili solo attraverso improbabili piccoli varchi sono rigorosamente in ferro, ferro arrugginito, profilati di ferro da lavorare con attrezzature che ricordano strumenti di tortura piuttosto che rudimentali strumenti di lavoro: un paesaggio postindustriale in cui Kang-do si muove sinuoso e crudele con la sicurezza di un carnefice; ogni mattina, infatti, dopo sonni agitati e consumati in solitudine angosciosa, si alza e inizia il suo giro quotidiano per riscuotere il pizzo per conto del capo, un usuraio che compare,  tra l’altro, una sola volta nel film. Il Potere è astratto, entità occulta, kafkianamente invisibile.

Kang-do si mostra inflessibile e anaffettivo, capace com’è di uccidere o mutilare atrocemente chi non è in grado di pagare il conto. Ci penserà l’assicurazione a risarcire in danaro l’invalidità procurata, danaro che puntualmente verrà intascato dal protagonista. Una spirale di violenza, miseria e sopraffazione, metafora straordinaria di un sistema mostruoso, planetario ormai, in cui conta solo l’accumulazione e la ricchezza.

Ma ecco che nel grigio claustrofobico del ferro e dei cieli di Seul – troppo bassi e spenti, questi, per permettere ai personaggi di respirare o di muoversi normalmente – appare una donna molto bella, una specie di sacra icona intermittente, una madonna silenziosa e insistente, che confessa al ragazzo di essere la madre che lo ha abbandonato da piccolo. È a questo punto che si consuma la sequenza più atroce del film (rabbia repressa in anni di solitudine, vendetta, incredulità), lo stupro e l’umiliazione della “madre”, scena estremamente dura, ma che fa presagire, attraverso un gioco di sguardi, gesti e colori distillati (che dal grigio dominante trascolorano nel rosso, nel turchese, nel rosa shock),  una tensione al cambiamento, alla metamorfosi benefica, o almeno a una catarsi finale dolente, una resurrezione che però pretende la morte sacrificale del protagonista cattivo, il quale solo così può guadagnarsi una nuova identità etica.

Kang-do comincia a riconoscere sua  madre, ad amarla di amore esclusivo, ad abituarsi alle sue attenzioni e ai suoi meravigliosi sorrisi; fino al punto da non rendersi conto di essere diventato lui stesso la vittima di una vendetta sottile e spietata. La donna, infatti, non è sua madre, ma la madre di un ragazzo costretto al suicidio dal giovane estorsore di denaro.

A Kang-do, ormai perso dietro il fantasma della madre, anima in pena alla ricerca di un eden impossibile, non rimane che uscire da quel mondo senza scampo, inquinato fino alle radici. Il campo lunghissimo dell’ultima sequenza è una interminabile striscia di sangue tracciata in autostrada dal corpo straziato del protagonista che si è lasciato morire sotto un camion.

Fiaba nera, ma fiaba, con tanto di percorso di conoscenza, superamento delle prove, trasfigurazione finale, che poi è quello che ricordiamo al di là del sangue e della violenza che sono il registro di fondo del film di quel grandissimo cantore di strada che è Kim Ki duk.

Metafora impietosa ed espressionista del Capitalismo e del degrado fisico e morale che il Sistema pretende da una società che non è più la madre accogliente dei suoi cittadini, ma la matrigna che li inganna, li tortura, li sevizia, li esclude, li fa addirittura sparire, Pietà è un film nero e buio, ma così chiaro che insegna senza essere didascalico. I personaggi sono come cristallizzati nella forma dei ruoli estremi e riconoscibili che l’autore ha loro assegnato, proprio come nelle fiabe: la mater dolorosa e pietosa; il figlio sadico e criminale, ma terrorizzato come un bambino abbandonato nel bosco e infelice nella sua sconfinata solitudine; la folla dei miserabili, degli storpi, dei poveri, una intera umanità marginale, inghiottita da un underground ipo-metropolitano e da una vita-non vita soffocata da stracci, chiodi, spazzatura, rumori assordanti, espressione di una civiltà inversa che precipita nel buco nero dell’ autodistruzione.

E mentre sullo sfondo di questo palcoscenico tragico la scena è dominata dalla geometria perfetta e asettica di grattacieli e architetture ipercontemporanee, in primo piano la modernità svela il suo lato oscuro, coercitivo, autoritario, un universo di ferro, rifiuti, ingranaggi e strumenti di tortura. Un lato oscuro che nel Novecento ha preso quasi sempre il sopravvento, cancellando o soffocando le aspirazioni alla libertà, all’eguaglianza, alla fraternità, alla solidarietà.

Questa dialettica antilluminista ha avuto una delle sue espressioni massime e oggi da tutti riconoscibili nelle baracche e nei forni di Auschwitz. Allora le figure dell’ebreo, del disabile, del comunista, del rom, ora quelle dell’immigrato, del povero (il nuovo povero) non verranno mai  assimilate o incluse in una società che fa fatica a considerarle parte integrante della comunità.  Ieri come oggi si manifesta il rapporto per così dire asimmetrico di potere tra dominanti e dominati.

Nel film di Kim Ki duk sono in scena appunto il capitalismo estremo e le conseguenze che questo ha sulle dinamiche interpersonali, travisate e trasfigurate in senso negativo. Infatti i protagonisti del film sono i due attori – madre e figlio – e il denaro. È proprio a causa del denaro che i due s’incontrano, rivelando i due aspetti contrastanti di una stessa umanità: quella di vittima e di carnefice insieme. Una umanità transeunte. Eticamente instabile. Liquida.

Ma un valore emerge e si fa finalmente sentimento, la Pietà.☺

 

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