polemica sul burkini
7 Maggio 2017
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polemica sul burkini

Cara Nissrine, in questa foto sembri Sherazade, personaggio di favola (anche se Sherazade racconta ogni notte una novella al sultano per non essere uccisa). Questa tua trasformazione, sei mia nipote cara Nissrine Valentina, mi ha prima angosciato, poi spiazzato, poi fatto pensare e riflettere.

Oggi, in Italia, crescono giovani donne che, in nome della libertà che hanno conquistato per noi, rivendicano il diritto di coprire il loro corpo. Queste giovani donne si chiamano Amina, Fatima, Jasmina, Nissrine. Rivendicano il loro essere italiane, cresciute in un contesto sociale di pari opportunità, sono ragazze che vanno a mangiare la pizza con i compagni, in gita, che si innamorano, studiano, escono, “portano il velo e ascoltano i Queen”, come titolava un bel libro di una di loro, Sumaya, un po’ di anni fa. Molte di loro scelgono di coprirsi il capo con il hijab. Altre no.

Certo che ho sofferto inizialmente per questa tua scelta. Faccio parte di quella generazione gonnellone, zoccoletto e maglioncioni che ha formato cortei per rivendicare l’emancipazione e la libertà delle donne italiane. Al grido “io sono mia” abbiamo conquistato il divorzio, l’aborto, la libertà nella istruzione, nella carriera, nel vestirsi come si riteneva opportuno non obbedendo ad una morale bigotta che in quegli anni imperversava. Il bikini fu una conquista delle giovani donne italiane, conquista che indicava anche liberazione sessuale uscendo da forme patriarcali.

Ma in questi giorni incombe la polemica sul burkini. Per chi ancora non lo sapesse, il burkini è un capo da bagno -tecnico- simile nella forma e nella confezione a una muta da sub, ma più leggero e meno aderente, in modo da permettere alle bagnanti d’indossarlo anche in spiaggia.   Su questo una femminista come la Zanardo (autrice del bellissimo documentario su le donne oggetto) ha scritto che sono pericolosi; dice che “il mio discorso non è intellettuale, non è teorico. Il mio femminismo è molto pratico. Infatti parlo del burkini dopo averlo provato”. Zanardo prosegue “Quando esci dall’acqua diventa pesantissimo, e infatti molte si fanno aiutare dagli uomini perché potrebbe esserci il rischio di annegare” (un’annotazione in calce: non si parla del facekini costume di donne cinesi per non rendere abbronzato il viso).

Questo ultimo episodio mi ha fatto pensare all’assurdità di noi occidentali femministe o meno. Allora, care compagne queste giovani donne parlano ma non sono ascoltate. Raccontano ma non hanno parola. Spiegano la loro visione delle cose ma si nega la loro capacità di autorappresentarsi. Vengono giudicate come oppresse, ma si impedisce loro di non essere oppresse negandogli la parola. “Loro vivono qui, dove la loro scelta viene giudicata, disprezzata, osservata come “segno del pericolo e dell’invasione”. Tanto che a Bologna, la civilissima Bologna, ti ha insultata con epiteti tipo marocchina torna a casa tua, solo perché eri vestita e velata.

Scrive Giuliana Sgrena sul globalist.it … difendere il burkini facendo appello all’identità delle donne musulmane è una sciocchezza. La sua introduzione nell’ambito del fiorente mercato della moda islamica, promossa anche da stilisti famosi come Dolce e Gabbana e da grandi magazzini come Mark & Spencer e H&M, ha trovato spazio nei paesi del Golfo dove la donna bardata com’è non riesce nemmeno ad avvicinarsi all’acqua, figuriamoci a nuotare. Ma questa nuova “moda” fa parte di quel processo di reislamizzazione – di cui la Turchia è solo l’ultimo esempio. Vietare il burkini – secondo i benpensanti – alimenterebbe l’islamofobia. Difendere la dignità della donna garantendole la parità invece vuol dire respingere tutte quelle discriminazioni che la donna ancora subisce, soprattutto nel mondo musulmano. Vogliamo schierarci dalla parte dei fondamentalisti che considerano le donne impure e le obbligano a seguire i loro diktat o vogliamo sostenere quelle che lottano per liberarsi da una religione invasiva dello spazio pubblico e politico perché non ha ancora avviato un processo di secolarizzazione?

Rispondo: non dovevamo aprire spazi in cui le voci – tutte – avessero la stessa dignità? Riusciamo a riaprire spazi di sorellanza in cui Jasmina, Amina, Fatima, Nassrine si sentano a casa ed abbiano lo stesso diritto che hanno le altre figlie di dire come la pensano?

Per questo, cara Nissrine-Valen- tina, nipote e sangue del mio sangue, ti sono più vicina di quello che tu creda. Perché credo che bisogna lottare e difendere il proprio diritto di scelta, anche quando le gabbie sono dettate dal mondo libero, quello che alimenta e paga la guerra.☺

 

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