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11 Giugno 2018
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Commento e condivido ciò a cui ho pensato leggendo la poesia Tu chiami una vita (riportata di seguito) di uno dei maggiori poeti italiani del ‘900, Salvatore Quasimodo.

Fatica d’amore, tristezza,

tu chiami una vita

che dentro, profonda, ha nomi

di cieli e giardini.

E fosse mia carne

che il dono di male trasforma.

Quello su cui ho riflettuto è che queste parole rispecchiano la mia vita, e quello che ardentemente desidero che questa diventi. Così interpreto la poesia: difficoltà e tristezza nel trovare un amore che dentro di noi ha nomi immensi come il cielo e infiniti come splendidi giardini; tutto il mio corpo che da male cerca di trasformarsi in bene.

È molto incisiva per me l’ultima frase, proprio perché rispecchia il periodo presente e il raggiungimento di una pace interiore che solo a tratti e in maniera discontinua si manifesta nel rapporto con gli altri. Ma anche la frase precedente è importante per la mia storia personale, perché parla di difficoltà e tristezza, a cui si aggiunge per me la solitudine, a causa di scarsità di affetto e amore vero.

Lo scopo a cui miro è di ottenere pace duratura con me stesso e con tutto ciò che mi circonda, senza carenze affettive, e per raggiungere quella che, come il poeta, chiamo “una vita”.

Ariano Greco

 

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