precipizi   di Dario Carlone
1 Dicembre 2012
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precipizi di Dario Carlone

 

All’indomani della rielezione di Barak Obama alla Casa Bianca quasi tutti i media americani, vuoi per plauso vuoi per sfida, hanno ri-parlato dello spettro del fiscal cliff, incubo recente per l’economia degli U.S.A. L’espressione, coniata lo scorso febbraio dal presidente della Federal Reserve (la Banca centrale americana), descrive la situazione in cui viene a trovarsi il sistema fiscale, o meglio gli effetti che alcune leggi recentemente approvate hanno avuto sulla finanza statunitense: aumento delle imposte, tagli di spesa, riduzione dei fondi a disposizione dei vari ministeri. Nulla di diverso rispetto a ciò che accade sul suolo italico!

Qualche riflessione sul tale scelta linguistica mi sembra d’obbligo. Il sostantivo determinante la locuzione inglese, cliff, appartiene al lessico geografico: la sua traduzione italiana è infatti “scogliera, dirupo” e per estensione “baratro”. Sporgenze rocciose di paesaggi montani, hanno aspetti diversi a seconda dei luoghi in cui si trovano: diventano cliff quando sono a strapiombo, verticali – si pensi a Dover, sul canale della Manica – o creano voragini in cui si può soltanto precipitare come nei gironi infernali danteschi.

Si intuisce quindi come la metafora suggerita dall’espressione rimandi ad una valutazione fortemente negativa, un giudizio di merito che indirettamente riguarda  Barak  Obama, sotto la cui presidenza tale “voragine” si è aperta, e con lui il suo operato, non sempre in linea con il  programma di governo che lo aveva fatto eleggere alla carica di presidente.

È pur vero che economisti ed esperti di politica tributaria, in disaccordo con il presidente della Federal Reserve, avrebbero definito il fenomeno ricorrendo a metafore meno rudi: fiscal hill (“collina fiscale”) o fiscal slope (“pendio fiscale”), a loro parere, descriverebbero meglio la situazione nella convinzione che gli effetti della crisi si sarebbero avvertiti  non ex abrupto, quanto piuttosto con gradualità nel corso dei prossimi mesi.

La metafora del baratro apre le nostre giornate e così pure termini come stabilità e ripresa economica: l’eccessiva preoccupazione che li accompagna, per il mondo occidentale e gli U.S.A.,  si ferma esclusivamente al campo finanziario e ad esserne scossi sono soprattutto gli operatori di Borsa. Fuori dal ristretto mondo della finanza – che per dirla con Roberto Scarpinato rappresenta un potere privato, una tribù sociale – il precipizio! E non soltanto oltreoceano.

In Italia una voragine si è ormai aperta tra un sistema di potere ed i cittadini, e il senso di rappresentatività delle istituzioni “democratiche” sta perdendo sempre più importanza: su coloro che non fanno parte di alcuna tribù sociale forte – come oggi avviene per i giovani precari, per i disoccupati, per gli anziani poveri, per gli emarginati, per milioni di cittadini – si scarica tutto il costo sociale delle transazioni concluse dalle varie tribù nell’esclusivo interesse dei propri membri.

Ci avviamo verso una consultazione elettorale, sia nazionale che regionale: possiamo attenderci che la classe dirigente dica o faccia qualcosa per creare un ponte che aiuti ad oltrepassare il baratro? Possiamo augurarci che venga realmente eliminata la pericolosità di un precipizio in cui la sfiducia, il sospetto, l’indifferenza stanno producendo sempre maggiore disaffezione e distacco? Oppure diventerà sempre più profonda la voragine dei tantissimi “esclusi” persino dai bisogni primari? ☺

dario.carlone@tiscali.it

 

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