pregiudizio eurocentrico
1 Ottobre 2010
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pregiudizio eurocentrico

 

Una nuova crociata attraversa l’Europa! Muove dalla Francia e svela il gioco di morte di cui è intrisa la vita sociale del progredito e colto vecchio continente, che questa volta prende di mira i Rom, un pugno di uomini erranti, donne e bambini che non possiedono nulla, e ne uccide il futuro. Un sentimento di repulsione ci prende. Come quando capita di sbirciarsi d’improvviso in uno specchio e non ci piace quel che vediamo. Così, di fronte a questa negazione assoluta, ci chiediamo: è possibile?

Xenofobia? Razzismo? E’ possibile?

Chi è lo straniero che ci fa paura? Solo l’immigrato o anche l’anziano, il barbone, il portatore di handicap, il malato psichiatrico, colui che “semplicemente” è diverso da noi?

Nonostante la scienza della genetica abbia con rigore affermato che pigmei, gialli, neri, indiani, bianchi appartengono alla stessa specie e dispongono degli stessi caratteri fondamentali dell’umanità; nonostante ogni evento, oggi, sia presente in modo istantaneo da un punto all’altro del pianeta con la televisione, il telefono, Internet; nonostante la possibilità, soprattutto per i giovani, di effettuare facilmente viaggi e spostamenti, il rapporto con la diversità è quanto mai problematico. Perché duro a morire è il pregiudizio eurocentrico. La civiltà occidentale sembra impegnata a ribadire con forza che la sua cultura si è imposta perché superiore. Non si accorge di riaffermare la tesi, ormai obsoleta, che vedrebbe solo i bianchi, nel corso dei secoli, dotati di un’attitudine innata per sviluppare una cultura superiore. Determinismo biologico lo chiama Rita Levi-Montalcini: “ideologia meno rozza e cruenta di quella razzista e per questo più insidiosa e difficile da debellare, perché da periodi immemorabili ha fornito una giustificazione a differenti forme di ingiustizie sociali quali la schiavitù nelle società antiche, il sistema delle caste in India, l’asservimento femminile alla supremazia maschile”.

E’ ciò che ancora oggi sembra giustificare e legittimare giudizi sprezzanti emessi nei confronti di persone di altre etnie che ci appaiono strane, bizzarre o addirittura incomprensibili. Non si perde occasione per ridicolizzare, sminuire, deplorare chi non veste come noi occidentali, chi ha abitudini alimentari diverse dalle nostre, chi non professa la nostra stessa religione. Privi come siamo di ogni prospettiva storica ci ostiniamo ad arroccarci acriticamente su concezioni superate di relativismo geografico, che ponevano l’uomo occidentale al centro del mondo. Visioni che diventano antistoriche nella nostra società globalizzata dove il “lontano” diventa nel terzo millennio incredibilmente “prossimo”.

Ha dimenticato purtroppo, il vecchio continente, che le sue origini culturali affondano nel pensiero greco dove la sacralità dell’ospite era convinzione radicata e diffusa; aberrante il comportamento di chi si sottraeva alle leggi che imponevano l’accoglienza dello xenos (straniero), “la relazione più profonda e più sacra nella quale possano stare due abitanti di questo mondo. Il dare e il ricevere l’ospitalità imponeva obblighi di cura e di protezione, la cui inviolabilità era fondamentale per tutte le relazioni interpersonali, per tutta la moralità” (Martha C. Nussbaum).

Chi non ricorda nell’Odissea il giudizio di ottusità morale e distanza dagli esseri umani espresso da Omero nei confronti dei Ciclopi, che non tengono in alcun conto le regole dell’ospitalità? Di contro Nausicaa, la giovane figlia di Alcinoo, re dei Feaci, che rivolgendosi alle sue ancelle, impaurite dalla comparsa di uno straniero: “Fermatevi, dove fuggite alla vista di un uomo? Pensate forse che sia un nemico? […]Questo è un infelice che arriva qui errante, bisogna averne cura”.

Dove è finito il deposito dei valori trasmessi dall’antichità? Che cosa rimane di essi nelle politiche dei governanti europei? Da questi ultimi ci aspetteremmo che sapessero coniugare a fronte delle sfide odierne gli antichi valori; otteniamo invece solo provvedimenti che esprimono rigidezza e scarsa adattabilità al cambiamento dei tempi. Perché non studiano soluzioni capaci di restituire dignità personale a tutti gli esseri umani, misure che garantiscano la convivenza e il rispetto dell’altro, che privilegino il confronto, il dialogo, la relazione profonda? Perché scelgono la strada della violenza e dell’espulsione? ☺

annama.mastropietro@tiscali.it

 

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