pressioni  di Dario Carlone
29 Agosto 2011
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pressioni di Dario Carlone

 

Benpensanti sono quelli che non pensano, convinti come sono che qualcuno deve pur averlo fatto per loro, e perciò sposano all’istante qualsiasi banalità, purché abbia l’aria “rispettabile” e “condivisa”… per non perdere tempo e passare ad altro.

La citazione da un recente articolo del prof. Salvatore Settis mi offre lo spunto per riflettere su un vocabolo inglese appartenente al lessico sociopolitico.

Per indicare i gruppi di opinione capaci di esercitare pressione sul potere politico, anche in italiano, utilizziamo l’anglofono lobby [pronuncia: lobbi] e con “lobbisti” ci riferiamo ai componenti di tale gruppo. Quest’ultimo termine, derivato e “italianizzato”, ha assunto nell’immaginario collettivo una connotazione negativa: come sostiene il giurista Michele Ainis, esso è diventato sinonimo di “imbroglione, corruttore” – come anche la cronaca italiana degli ultimi mesi testimonia – ma l’appartenenza ad una lobby non è sempre riprovevole.

Etimologicamente il vocabolo lobby, che compare nella lingua inglese a partire dal XVI secolo, affonda le sue radici nel latino medievale “lobium/ lobia” che sta ad indicare un luogo, un ambiente (chiostro, portico); nel corso degli anni vennero chiamati lobby gli ingressi degli edifici pubblici e nello specifico alcuni corridoi (o sale) nei palazzi del Parlamento. Va da sé che logge e portici non rappresentavano la staticità, piuttosto consentivano l’incontro e lo scambio, abituali in tutte le città, in particolare dal Medioevo in avanti. Ne consegue che il termine lobby, più che riferirsi all’ambiente, ai luoghi, ha preso a significare una azione, quella di frequentare le sale dei “palazzi del potere” per incontrare, e di conseguenza consigliare o influenzare, i rappresentanti eletti riguardo un determinato problema.

Nella società americana la pratica di fare pressione sugli amministratori, da parte di gruppi di persone (o imprese), è stata codificata in una legge del 1946, “Lobbying Act”, che viene continuamente sottoposta ad aggiornamenti: i “lobbisti” rappresentano interessi e li portano all’orecchio del legislatore. Sempre Michele Ainis riferisce un aneddoto riguardante il presidente John Fitzgerald Kennedy che avrebbe affermato: “un lobbista mi fa capire in dieci minuti questioni che i miei assistenti spiegherebbero in tre giorni”.

Non sempre però l’azione delle lobby è volta a buon fine: spesso vengono perseguiti interessi occulti e scelte politiche disastrose sono la conseguenza dell’influsso nefasto dei gruppi di pressione!

In Italia il quadro è meno roseo in quanto, a differenza del mondo anglosassone, non esiste ancora una legge, non c’è un codice deontologico: il potere politico può essere condizionato da lobby che hanno a cuore interessi prettamente economici e corporativi.

Eppure non mancano nella nostra società, nazionale e locale, esempi di presa di coscienza da parte di gruppi di opinione sempre più numerosi ed attenti al vivere civile e soprattutto alla cura del bene comune. Sono gruppi di cittadini consapevoli, “non benpensanti”, che non vogliono chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

Forse il concetto di lobby andrebbe rivisitato: non interessi ma idee, non imposizione ma richiesta di dialogo, non ricatto ma atteggiamento critico. Lobby… di pensiero, se le nostre opinioni, come scrive Antonio Pascale, sono la matrice delle democrazia.☺

dario.carlone@tiscali.it

 

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