Pro o contro i compiti
15 Novembre 2017
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Pro o contro i compiti

“Vorrei informarvi che, come ogni anno, mio figlio non ha svolto i compiti estivi”, recitava la lettera rivolta agli insegnanti di suo figlio Mattia, alunno di terza media alla Vidoletti di Varese “Voi avete nove mesi per dargli nozioni e cultura, e io tre mesi per insegnargli a vivere”. E così, Marino Peiretti, senza volerlo, si è ritrovato ad essere la miccia che ha riacceso il sentito dibattito “compiti sì – compiti no”. “Attenzione: l’articolo 7 della Dichiarazione dei diritti del fanciullo dice che i ragazzi hanno diritto alle vacanze” precisa, ricordando che fior di studi di neuroscienze dimostrano quanto sia deleterio per apprendimento e memoria sottoporre la nostra mente ad uno stress continuo. Senza contare gli effetti dirompenti sulla vita familiare, soprattutto quando i bambini sono piccoli.

Il rapporto dell’Ocse, d’altra parte, parla chiaro: gli studenti finlandesi, in vetta alle classifiche della buona scuola, passano in media sui libri a casa tre ore la settimana, mentre i nostri ragazzi, che ve ne passano nove, sono in fondo, giù giù.

Non è un caso, secondo Maurizio Parodi, dirigente scolastico di Genova, autore di “Basta compiti! Non è così che s’impara”, promotore di una pagina facebook con 8.500 iscritti e di una petizione su Change.org che già conta 16mila firme. “I compiti – sostiene Parodi – attivano la memoria usa e getta, perché consistono di solito nel memorizzare nozioni che servono per l’indomani e che in pochi mesi saranno dimenticate. E sono discriminanti perché avvantaggiano solo chi è già avvantaggiato, o può contare su una famiglia ben attrezzata dal punto di vista culturale o economico”. Risultato: la scuola non funziona più come ascensore sociale ma come moltiplicatore di differenze. Don Milani non ha insegnato nulla, altro che celebrazioni e anniversari. “La moltiplicazione degli insegnanti – aggiunge Parodi – nella primaria, è stata deleteria, perché i bambini ora hanno fino a sette, otto docenti diversi che assegnano i compiti come se fossero i soli da svolgersi”.

Anche Anna Monia Alfieri, presidente della Fidae Lombardia (federazione di scuole cattoliche), è sulla stessa linea. “Credo che nelle buone scuole, paritarie o meno, l’80 per cento del lavoro debba essere svolto a scuola, in classe, perché solo in questo modo si può misurare la capacità di apprendimento, ascolto e critica dei ragazzi. Solo, però, un insegnante in grado di portare avanti le eccellenze senza lasciare indietro i più deboli può permettersi di fare questo. E non sono convinta che tutti i docenti siano in grado, appunto, di lavorare così”.

Ma allora è una questione di meritocrazia. Vogliamo ridere? La politica scolastica degli ultimi anni non sembra andata esattamente in questa direzione. Ci stiamo preoccupando di fare una sanatoria sui precari, non del fatto che – con tutto il rispetto – siano o meno bravi, validi, altrimenti li sceglieremmo per competenza, altrimenti valuteremmo loro e i famigerati docenti di ruolo riservandoci la possibilità di spodestarli dai loro feudi se si rivelano incapaci, e rimandarli a casa. Ecco cosa accadrebbe se la scuola, la nostra scuola, fosse davvero costruita intorno agli studenti.

Appunto. Conclude la Alfieri “È inutile, in ogni caso, schierarsi pro o contro i compiti. Almeno fino a che non avremo deciso quale scuola vogliamo dare ai nostri ragazzi”.

Amen.☺

 

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