processo rivoluzionario     di Famiano Crucianelli
4 giugno 2013
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processo rivoluzionario di Famiano Crucianelli

 

Siamo dentro una tempesta che ha già cambiato quasi tutto e sta scuotendo le fondamenta del sistema-mondo che abbiamo conosciuto nel secolo passato. Per alcuni versi la realtà presenta curiose analogie con gli anni che seguirono alla prima guerra mondiale: una grave crisi economico-finanziaria che ha prodotto e continua a produrre profondi disastri sociali, classi dirigenti fragili e prive di autorevolezza, politica e istituzioni senza credibilità e legittimazione, potenti spinte e interessi nazionalistici.

 Le scelte di austerità che stanno disgregando il tessuto europeo sono dettate dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, nei cui confronti paradossalmente valgono le critiche che Keynes riservava alle potenze alleate che avevano vinto la guerra contro la Germania di allora. Così scriveva Keynes nel 1919: “Le durissime sanzioni e riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il continente nel giro di due, tre decenni ad un secondo conflitto… e avrebbero portato alla scomparsa dell’ordine sociale come lo abbiamo sin qui conosciuto”. Si dirà che l’Occidente di oggi non esce da una guerra mondiale e che i nostri eserciti hanno combattuto in diverse paesi del mondo, ma ben lontano dal territorio europeo e dalle nostre città. Tutto ciò è incontestabile e tuttavia non deve sfuggire che nel corso di questi ultimi venti anni si è combattuta un’ asprissima guerra economica, finanziaria e commerciale e che con la globalizzazione e la crescita esponenziale delle nuove  tecnologie vi è stata una vera rivoluzione che ha mutato radicalmente i rapporti di forza fra i paesi e fra le classi sociali: il pendolo del potere si è spostato ad Oriente e in America Latina, i lavoratori sono sempre più disarmati di fronte al capitale economico e finanziario, nelle nostre società i ceti medi si sono dissolti e le ricchezze si sono concentrate nelle mani di pochi. Ho evocato questo nuovo ordine mondiale, non per cancellare le responsabilità soggettive delle classi politiche, degli speculatori della finanza e dei manager imbroglioni, ma proprio per sottolineare la strutturalità della crisi e i grandi pericoli di questa nostra epoca.

In questo contesto l’Italia, che pure ha una crisi economica e sociale ben diversa da quella greca e spagnola, come con il fascismo negli anni ‘20, sembra anticipare processi politici e fenomeni sociali che possono fare scuola nel resto d’Europa. Hanno ragione gli osservatori tedeschi a guardare con preoccupazione ai fatti italiani, hanno ragione a temere il contagio italiano – e non sarebbe la prima volta; farebbero, però, bene a rileggere  Le conseguenze economiche della pace di Keynes e a trarne qualche insegnamento.

L’Italia è il vero anello debole della democrazia europea; in Spagna e in Grecia abbiamo avuto grandi mobilitazioni popolari contro l’austerità europea della Merkel, ma alla fine e per ragioni diverse sia in Spagna che in Grecia ha vinto per ora una destra tradizionale e filoeuropea. Cosa  diversa è accaduto a casa nostra, dove i voti di Grillo, della destra berlusconiana, della Lega e dell’astensionismo arrivano sino al 70% . È una “massa di voti” contraddittoria, non riducibile ad unum, con tendenze che possono arrivare a confondersi. L’odio verso i politici e i partiti, l’insubordinazione alle regole, alla legge e alle istituzioni, lo spirito antieuropeo, l’egoismo territoriale e sociale sono il filo nero che percorre gran parte della nostra società. In sostanza un potente movimento “contro”. Nella “crisi” tornano in superficie gli antichi mali d’Italia, il suo risorgimento incompiuto, il trasformismo e il sovversivismo delle sue classi dirigenti, il populismo e l’irresponsabilità civica, la friabilità burocratica e morale dello stato, la commistione perversa fra stato e chiesa, fra stato e criminalità e in questa notte della Repubblica tutte le vacche rischiano di essere nere e la stessa democrazia perde di sostanza e di valore.

L’errore della sinistra

L’errore del grosso della sinistra democratica  è quello di non aver proposto un’alternativa ai grandi problemi della  crisi economico-sociale e alle profonde degenerazioni del sistema politico-istituzionale. La responsabilità, e non da oggi, della maggioranza dei dirigenti della sinistra tradizionale è quella di aver introiettato l’orizzonte culturale del “pensiero unico”. Nella “crisi” si aprono dolorosi problemi per i lavoratori e si moltiplicano le condizioni per populismi e spinte reazionarie, ma è proprio nella “crisi del sistema” che si danno  grandi opportunità per cambiamenti radicali. 

Come si affronta questo stato di cose? Con quali argomenti, con quali concetti e con quali parole rivolgersi ai tanti, ai giovani e meno giovani che sono nella marginalità sociale e che detestano con tante buone ragioni i politici e la politica e che del passato ricordano solo il peggio? Come muoversi nella congiuntura politica? Sono tutte questioni  di grande  difficoltà, ma  perché si possa solo iniziare a ragionare sono necessarie due premesse.

 In primo luogo bisogna avere chiaro che siamo entro una fase che sarà lunga e segnata da un vero ed inedito processo rivoluzionario e che richiede radicalità nei comportamenti e nei contenuti. Di fronte alla stitichezza della politica europea non si può che guardare con simpatia alla scelta di Obama e a quella più controversa di Tokyo, quando i due governi immettono grande liquidità monetaria  nel sistema economico. È però chiaro che per questa via si curano le ferite, ma gli squilibri economico-finanziari del sistema resteranno e la natura della crisi non cambierà di qualità.

La rinascita dell’Europa e più in generale dell’Occidente è possibile solo attraverso grandi e profondi mutamenti. Al modello asiatico di produzione si deve contrapporre un pieno coinvolgimento dei lavoratori nel mondo del lavoro. Il dividendo della rivoluzione tecnologica deve essere pubblico e sociale. Lo stato e il welfare debbono sburocratizzarsi ed arricchirsi di partecipazione democratica e responsabilità civica. L’ ossessione del consumo deve lasciare il campo alla qualità dell’ambiente, della cultura e delle relazioni umane. Infine il cuore di tutte le battaglie: l’affermazione dell’ eguaglianza e dei  diritti sociali all’interno delle realtà nazionali e nel sistema mondo.  Sono  queste considerazioni di fondo che debbono  orientarci negli affari domestici;  per questo è fondamentale raccogliere la spinta alla trasformazione radicale che viene da quella “massa critica” che ha trovato anche nel movimento di Grillo un importante riferimento elettorale. In quella protesta vi è di tutto, dal minatore del Sulcis al padroncino del Nord-Est, dall’ecologista convinto all’evasore incallito, dal movimentista di sinistra al qualunquista: è un movimento ambiguo, incerto, che può sciogliersi nel nulla o evolvere nelle direzioni più diverse. Mettere in comunicazione, mescolare questo movimento di rottura e di protesta con ciò che di buono e consapevole è rimasto nella Politica, con i tanti che continuano a votare la sinistra tradizionale, è il miracolo che andrebbe tentato.

L’idea del governissimo

È evidente che l’idea stessa del governissimo confligge con questa prospettiva, quando il presidente Napolitano evoca il compromesso fra il Pci e la Dc della metà degli anni 70 non solo compie un abuso storico, ma rischia di spingere sempre più il sistema politico in una fossa. Per questo è stato giusto il tentativo politico di Bersani, l’errore semmai è stato quello di essersi fermati a metà e di non aver compreso che un mutamento così radicale avrebbe avuto bisogno di nuovi contenuti, interpreti e protagonisti. Soprattutto la potente spinta al cambiamento doveva essere assunta come una propria missione e non come una via obbligata per agganciare Grillo e i suoi parlamentari. Non è la prima volta che ciò accade e fu così per lo stesso Pci, che pure era un’altra storia, quando non colse il significato del movimento del ‘68, quando alla metà degli anni ‘70 scelse il compromesso storico e quando negli anni ‘80 restò inerte, mentre nel mondo avanzava a grandi passi “la globalizzazione”. Gli scritti di Lucio Magri – l’intervento alla conferenza del Gramsci sul neocapitalismo del ‘62, la relazione al seminario di Bellaria del ‘77 e l’appendice al Sarto di Ulm del 1988 – sono materiali preziosi sui quali ancora oggi sarebbe utile riflettere e ragionare.

Seconda premessa: ridare dignità e senso alla politica, problema che va ben oltre un ricambio generazionale che pure deve esserci. Di più Politica abbiamo bisogno, ma la sua qualità, le sue finalità e i suoi comportamenti debbono mutare alla radice. Il degrado dei partiti, come ebbe a dire Berlinguer, era già evidente nei primi anni ‘80 e da allora non si è più fermato;  non tutti sono stati e sono la stessa cosa, ma è diventato sempre più difficile distinguere il grano dal loglio. Dei partiti che abbiamo conosciuto nel secolo scorso non restano che macerie, si è consumata una storia per ragioni profonde e per grandi responsabilità soggettive e grande è il rischio di buttare via il buono e l’acqua sporca che tutto ha inquinato. Eppure di un Partito, come ripeteva Magri, di una comunità politica reale, ve ne è un bisogno disperato, un partito e non un insieme di comitati elettorali e di correnti che si nutrono di piccoli e grandi privilegi; un partito senza i riti e i veleni delle antiche burocrazie e gerarchie; un partito che sia un intellettuale collettivo, autonomo dalle istituzioni e capace di produrre una cultura critica; un partito che sappia tenere insieme in forme nuove la complessità di una società in profondo movimento e le buone pratiche del territorio d’ogni giorno; un partito parte di una sinistra europea e mondiale.

Il paradosso più serio è che mentre la sinistra del secolo scorso, sia comunista che socialista, si è pensata ed è stata parte di un grande movimento internazionale, oggi che tutto si è globalizzato la sinistra e il sindacato si sono persi nei confini nazionali. Di tutta la storia decadente del Partito democratico uno degli aspetti che bene ne fotografa la crisi profonda è proprio la sua scelta opportunista nello scenario politico europeo: né socialista, né popolare, né destra, né sinistra e, come l’asino di Buridano, alla fine rischia di morire di stenti. ☺

famiano.crucianelli @tiscali.it

 

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