progettare il futuro
2 Dicembre 2010
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progettare il futuro

 

In questi anni di liberismo sfrenato si è affermata la società dell’individuo che ha cancellato anni di conquiste collettive. Col pretesto che la meritocrazia riconosce i talenti, ciascun soggetto è stato ridotto alla solitudine con grave nocumento per la condizione sociale delle classi più deboli. La paura connessa con la perdita del posto di lavoro e del potere d’acquisto ha indotto al silenzio e alla rassegnazione masse di uomini e donne costipate nel precariato forzoso. Ciascuno per sé e Dio per tutti. Questo è il motto del capitalismo consumistico che ha arricchito gli oligarchi e impoverito i ceti medi. La politica ha specchiato le mutazioni sociali e prodotto gli slogan del “chi pensa per sé pensa per tre”. La conseguente frammentazione dei corpi sociali intermedi, lo svuotamento dei partiti e l’indebolimento delle rappresentanze sindacali, è il segno di una filosofia classista degna della regola di governo dei Borboni incardinata su Feste, Farina e Forca.

 Gli introiti delle lotterie hanno raggiunto vette stratosferiche perché si spingono le persone non a puntare sul valore del lavoro, sul talento o lo studio, bensì sulla ruota della fortuna. La Tv ha il compito di educare il popolo alla futilità con trasmissioni demenziali, tanta cronaca, un mare di sport, un diluvio di gossip e giochi  in cui si vince in base alla sorte e non per competenze acquisite. Il messaggio che arriva alle nuove generazioni è quello del “si salvi chi può” e quello che ogni mezzo è consentito per giungere al successo senza porsi alcun problema. Si è visto con Fabrizio Corona osannato come un divo insieme alla D’Addario, a Noemi o a Ruby che viene inseguita dai locali notturni, con pagamenti strepitosi, solo per mettersi in mostra.

E mentre le persone si distraggono leggendo la cronaca rosa, si infiammano contro gli immigrati, si sollazzano col pallone e vengono spinte a diffidare dei propri simili, i furbastri che comandano ci portano via diritti essenziali conquistati in decenni di lotte. Si parte dalla scuola pubblica tagliando otto miliardi di euro, licenziando migliaia di precari, sopprimendo cattedre, ingrossando le classi con numeri impossibili di alunni, riducendo le attività di sostegno e quelle integrative. Per i lavoratori e gli immigrati è sempre più difficile frequentare la scuola pubblica in orari serali per conseguire un diploma e per tutti i ragazzi sono aumentati all’inverosimile le tasse universitarie, l’acquisto dei libri di testo, la mensa e il trasporto scolastico. Le famiglie più povere, con più di un figlio all’Università, conducono una vita di rinunce e la reintroduzione del numero chiuso in diverse facoltà ha precluso di fatto l’accesso ai ceti popolari. Senza il santo in paradiso in Italia non vieni ammesso a Medicina e ad altre discipline riservate nuovamente ai figli di papà. Insieme allo scadimento e al degrado della scuola pubblica, che è funzionale al ripristino delle differenze sociali tra quel 10% di italiani che detiene il 50% della ricchezza ed il resto dei cittadini, si ruba il diritto alla tutela della salute, quello all’assistenza e alla mobilità.

Col superamento del Contratto Nazionale di Lavoro si riconsegnano milioni di lavoratori all’arbitrio padronale col ricatto tra la necessità di un reddito e la dignità umana. Il precariato imperante riduce i diritti di cittadinanza del lavoratore che non essendo in condizioni di autonomia economica non è veramente libero, né può esprimere il proprio pensiero. Questa devastazione democratica si associa alla destrutturazione dei diritti in un’Italia priva di progettualità, di investimenti sulla conoscenza, ricerca e innovazione, che le classi dominanti intendono portare ad una mera competizione sui costi con i paesi emergenti. È inimmaginabile che un operaio FIAT percepisca meno di 500 euro al mese per vincere la concorrenza con la Serbia, l’India o la Cina. Al termine di questa strada c’è solo il baratro. Dobbiamo rialzarci, essere solidali, ricostruire una base di valori nazionali identificativi, puntare sulla formazione e sulla scuola, incentivare la ricerca scientifica e l’innovazione, premiare il merito e vincere la sfida globale grazie alla genialità e alla competenza che viene solo dalla cultura.

Non va più assecondato un sistema che frantuma le rappresentanze collettive, riduce i deboli alla solitudine e trasforma la politica in quattro slogan, due sondaggi e tanto fumo senza sostanza. Ricerchiamo il minimo comune denominatore partendo dal basso, dai problemi del territorio e realizziamo alleanze per progettare un futuro nuovo, adeguato ai tempi, responsabile ma anche giusto, equo e solidale. L’esperienza di 120 Associazioni che si uniscono in una Rete contro l’eolico selvaggio, i rifiuti tossici e la camorra, nella Terra di Celestino V, eremita per eccellenza, è un modello che ci incoraggia a cooperare, a stare insieme e a lavorare in positivo sulla soluzione dei problemi. Questa è la strada maestra da percorrere e non il rassegnarsi davanti al ricatto degli  ipermercati che chiedono le aperture domenicali illimitate altrimenti licenziano le persone. La sinistra non può pensare di vincere la partita contenendo i danni. Non dobbiamo aver timore di sfidare il capitalismo selvaggio rimettendo al centro della società l’uomo ed i suoi bisogni. ☺

petraroia.michele@virgilio.it

 

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