promesse e realtà   di Silvio Malic
28 Ottobre 2012
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promesse e realtà di Silvio Malic

 

“Non è il crollo delle case e di monumenti d’arte che fa morire,

 ma il crollo dei valori che ne custodiscono l’anima”.

             Come in un brano musicale dove un tema é ripreso da un altro strumento, in un fraseggio dialogante, immaginiamo un concerto nel “cratere” del terremoto in Molise del 31 ottobre 2002, ad opera della chiesa diocesana appena uscita dal proprio Sinodo. Il fraseggio lo costruiamo con brani tratti dalla Gaudium et Spes, del Vaticano II (al suo 50°) e dal primo documento di attuazione del Sinodo, titolato “Rinnovare la fedeltà al Vangelo” del 2 febbraio 2003.

[Il Concilio] “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (n.1).

“La nostra diocesi di Termoli-Larino, alla luce dell’evento sinodale e interpellata dal dramma del terremoto e dalle fatiche che attendono risposte di edificazione e di ricostruzione materiale e spirituale, sceglie di essere innanzitutto una Chiesa della parresia. Ciò significa avere il coraggio di essere coscienza critica di fronte al problema della ricostruzione, di saper denunciare le cose che vanno contro la giustizia o contro la verità. Assumere il compito dell’informazione e, quando occorre, anche il compito della denuncia, disposti anche noi sempre  ad accettare la critica… I luoghi in cui maturare questa consapevolezza restano gli organismi di partecipazione e di corresponsabilità… Nei luoghi colpiti dal terremoto i Consigli, più che altrove, sono chiamati ad essere luoghi di formazione all’acquisizione di quella coscienza critica che appartiene al cristiano come al cittadino…Il discernimento comunitario…è il metodo da utilizzare e sperimentare” (p.4.5).

“Esso [Il concilio] ha presente perciò il mondo degli uomini ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo, che è teatro della storia del genere umano e reca i segni degli sforzi suoi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie, il mondo che i cristiani credono creato e conservato nell'esistenza dall'amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma dal Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del maligno, liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento”  (n. 2).

“Sarà una Chiesa [quella di Termoli-Larino] che “riparte dagli ultimi”. I poveri, i sofferenti, gli emarginati devono essere – come per la Chiesa di Gerusalemme – al centro, nel cuore della diocesi.  Siamo chiamati, per mandato di Cristo, a dare risposte alle molteplici e variegate povertà presenti nelle nostre comunità. Ai poveri di cose, ai poveri di voce, ai poveri di speranza, ai poveri di futuro dobbiamo far giungere la nostra attenzione e il nostro accompagnamento” (p.7).

“[…] il concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio, riunito da Cristo, non può dare dimostrazione più eloquente della solidarietà, del rispetto e dell'amore di esso nei riguardi della intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal vangelo e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la chiesa, sotto la guida dello Spirito santo, riceve dal suo fondatore. Si tratta di salvare la persona umana, si tratta di edificare l'umana società” (n.3).

Un concilio, cinquant’anni fa; un terremoto, dieci anni fa; una chiesa, la nostra, uscita dal Sinodo di dieci anni fa: incrocio di voci e di immagini, di promesse e di impegni scanditi in modo pubblico e solenne per manifestare il volto e i propositi di fronte al mondo contemporaneo, nel caso specifico, di fronte alle sofferenze provocate dal sisma. Si ha la sensazione di parole lontane, non per il tempo trascorso, ma per quel “crollo di valori che ne custodiscono il cuore”.

Memori del monito evangelico a non giudicare ma, parimenti, a vigilare ed essere pronti, quale sensazione profonda avvertiamo e possiamo  trasmetterci su quelle parole pronunciate dalla nostra chiesa per come essa le ha custodite ed incarnate, generando risposte a quel drammatico evento? È risultata coscienza pronta, fresca e credibile per aver alimentato la speranza, sostenuto il cammino, sorretto i fragili, dato voce ai senza parola, accompagnato le attese degli ultimi? Il Cardinal Martini, in uno sguardo prospettico sugli anni intercorsi dal concilio ad oggi, ebbe a dire: “Ho sognato una chiesa; ora, prego per la chiesa”.☺

 

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