Puntare sulla medicina territoriale
23 Marzo 2021
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Puntare sulla medicina territoriale

Le notizie si rincorrono da giorni, nemmeno il tempo di assentire alla proposta caldeggiata dai sindaci e oggetto di numerose pronunce del Consiglio regionale sull’ utilizzo di parte dell’ospedale Vietri per alleggerire la pressione sul Cardarelli e sugli altri nosocomi molisani, che si cambia strategia nuovamente per rispondere all’ emergenza aggravata dalla seconda ondata della pandemia. Siamo ancora a questo, dopo un anno e più di 300 vittime causate direttamente dal Covid alle quali si aggiungono drammaticamente tutti coloro che per timore di infettarsi rinunciano alle cure ospedaliere indispensabili.

Dopo 12 mesi persi in chiacchiere e con centinaia di decessi, siamo ancora irragionevolmente fermi all’individuazione della strategia migliore per contrastare l’ emergenza. In questa corsa contro il tempo che quotidianamente ci affanniamo a compiere per inseguire il virus – un percorso accidentato, pieno di ostacoli, minato da decisioni e ritardi inspiegabili, lungo il quale si è manifestata agli occhi di tutti l’assoluta mancanza di ogni strategia e di progettualità emergenziali lungimiranti – si fa largo, finalmente, un’ipotesi concreta e mai presa in considerazione nonostante le numerose sollecitazioni.

L’assistenza territoriale domiciliare e gli interventi ospedalieri a domicilio, anche col supporto della telemedicina, presuppongono l’articolazione del sistema delle cure su tre livelli in relazione alla natura ed alla complessità del bisogno della persona, all’intensità (alta, medio-alta, bassa) ed alla durata dell’assistenza. Una sanità più a portata di cittadino e più vicina al territorio, che mira a tutelare le persone fragili che vivono in condizioni cliniche precarie o in situazioni di inadeguatezza socio-economica della rete familiare, amicale e parentale e che si attiva nel momento in cui il paziente, in fase immediatamente post-critica, si trasferisce dall’ospedale al territorio. La finalità di interventi simili, come è evidente, è quella di migliorare la continuità assistenziale, evitando difficoltà ed interruzioni dei processi di cura ed assistenza nei confronti di utenti multiproblematici e non autosufficienti sotto il profilo socio-sanitario. Le dimissioni protette favoriscono il rientro del paziente a domicilio o l’invio dello stesso presso una struttura in grado di rispondere al suo bisogno assistenziale.

Tante belle parole rimaste però nel libro della burocrazia molisana, come l’appalto, pubblicato a febbraio 2018, di 49 milioni e 610 mila euro per prestazioni infermieristiche, riabilitative, socio-sanitarie, medico-specialistiche, strumentali e di telemedicina, previste nell’ambito del servizio di cure domiciliari. E poi la telemedicina e il telemonitoraggio che consentono di far “viaggiare” le informazioni piuttosto che i pazienti.

Un anno fa, a marzo 2020, la Regione Molise ha comunicato di puntare su una piattaforma telematica per l’erogazione di servizi sanitari così da favorire l’accessibilità alle funzioni assistenziali, anche per quegli utenti che si trovano in aree decentrate o in zone che, per le caratteristiche del territorio, non facilitano l’accesso agli stessi servizi. Il progetto fa parte dell’intervento “Sistema Integrato di Telemedicina” incluso nel Piano attuativo Agenda Digitale Salute della Regione Molise e rientra nel programma POR FSE/FESR Molise.

La Regione Molise si disse concentrata nella realizzazione di una Rete di Telestroke per collegare i pronto soccorso degli ospedali periferici con il Cardarelli dotato di Stroke Unit, ovvero di posti letto dedicati alla degenza e alla riabilitazione delle persone colpite da ictus. Attraverso poi le videoconferenze bidirezionali sarebbe stato possibile effettuare l’esame neurologico a distanza, un sistema per permettere alle strutture periferiche presidiate da personale paramedico di trasmettere i dati clinici rilevati ai nodi centrali che, una volta raccolti e analizzati, indirizzano verso la periferia le attività di diagnosi e cura. Una interconnessione di telemedicina/telemonitoraggio che dovrebbe offrire la possibilità di assistere tempestivamente i pazienti. Con queste parole, il 20 marzo 2020, i vertici regionali hanno presentato un progetto – non è dato sapere se realizzato – che oggi avrebbe potuto e dovuto fare la differenza. Un altro tassello di quella medicina territoriale che alla prova dei fatti si dimostra essere l’arma giusta in più per sconfiggere il Covid e non solo.

Travolto dalla pandemia, il governo ha assegnato al Molise circa 9 milioni di euro per potenziare l’assistenza territoriale. La Regione, si legge in un decreto commissariale, si impegna al potenziamento dei servizi infermieristici, al miglioramento dell’assistenza domiciliare e della sorveglianza attiva per i pazienti, non ospedalizzati, affetti da Covid, supportando le Usca, e, dall’altra, al rafforzamento dell’assistenza dei soggetti fragili e cronici, anche attraverso la collaborazione rafforzata con i medici di medicina generale. Con il rafforzamento delle Usca, la Regione organizza un ulteriore potenziamento dell’attività di sorveglianza attiva e di monitoraggio presso le residenze sanitarie assistite  e le altre strutture residenziali.

Tuttavia, nonostante le convinte dichiarazioni d’intenti, nonostante i 9 milioni di euro assegnati, nonostante il bando da 49 milioni rimasto appeso,  la medicina territoriale – intesa come una sanità più vicina al cittadino, che parta dalla prevenzione –  non appartiene alla nostra cultura amministrativa, non trova riscontro nella dialettica della politica molisana. Dopo l’esperienza fallimentare della Lombardia ci si ostina a rincorrere una programmazione ospedalocentrica dimenticando un aspetto fondamentale della riorganizzazione sanitaria.

Ci vuole coraggio per adottare scelte, esiziali per la politica ma indispensabili per tutti i cittadini. Qui, quando si indica la luna, in troppi continuano a guardare il dito☺

 

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