Quale futuro?
27 Dicembre 2019
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Quale futuro?

Che l’economia domini il nostro tempo non è più un mistero: come del resto ha ampiamente dimostrato l’analisi marxista dei problemi sociali, le politiche e le azioni avviate in ambito economico sono state la base e il motore di qualunque società nel corso dei secoli, e lo sono anche, soprattutto, nel nostro tempo. Il linguaggio, poi, che non rimane estraneo ai differenti cambiamenti in campo sociale, si è adeguato perfettamente.

Ci capita quindi che per brevità spesso sentiamo utilizzare il vocabolo inglese dumping [pronuncia: damping], anche in contesti apparentemente inadatti. Con il suddetto termine si definisce la procedura di vendita di un bene o di un servizio sul mercato estero, proponendolo ad un prezzo inferiore rispetto a quello di vendita o produzione dello stesso sul mercato di origine: tutto ciò per conquistare nuovo mercato e nuovi acquirenti. L’espressione anglofona poi è corredata – in italiano – da vari aggettivi che denotano i settori in cui l’azione di dumping viene effettuata; si parla quindi di dumping ambientale, sociale, fiscale, ecc.

Per essere più precisi, il vocabolo dump [pronuncia: damp], vale a dire il sostantivo (o verbo) da cui l’espressione ha origine, presenta una connotazione negativa: dump è la discarica, il luogo in cui i rifiuti vengono depositati, un posto lontano, magari nascosto rispetto a quelli riservati alla civiltà e alla “vita”; come verbo esso si riferisce all’atto di disfarsi, di abbandonare qualcosa di cui non si ha più necessità.

“Scaricare” è, in sintesi, il significato del termine, che si può declinare in varie forme: non rispettare le leggi in materia di sicurezza, mortificare la dignità del lavoro riducendo i diritti delle persone e la tutela dell’ambiente, ridurre i costi di produzione per poter vendere le proprie merci a prezzi molto più bassi. Tutte queste operazioni discendono dal fenomeno, ormai diffusissimo, della cosiddetta delocalizzazione. Trasferire la produzione in un’altra nazione, soprattutto in aree del mondo meno “sviluppate” e di conseguenza più accondiscendenti verso regole ed accordi non sempre corretti, pratica che diverse industrie nazionali e multinazionali attuano, comporta non soltanto un’ operazione di arricchimento dell’azienda, con facile aumento dei profitti, quanto piuttosto la manifestazione di scarsa attenzione riservata al prodotto, ma soprattutto a chi lo crea.

Come suggerisce il significato del termine inglese, l’abbattimento dei costi equivale ad abbattere la dignità di chi lavora e – anche – di chi acquista. Sembra quasi di relegare in “discarica” tutto il bagaglio di competenze, lavoro, dignità, mentre sempre più numerose stanno diventando le situazioni di crisi occupazionale, in particolare nel nostro Paese, di fronte alle quali la politica appare spesso incapace di fornire risposte convincenti. Il mondo del lavoro si sta modificando ma non in senso positivo: le persone lavorano meno ore non per scelta ma per necessità, perché trovano solo occupazioni non piene, stagionali, “liquide”. Sul piano delle relazioni umane, poi, la scarsa considerazione della posizione del lavoratore fa sì che “chi ha un lavoro soffre per l’insufficienza del tempo libero, mentre chi non ha un lavoro soffre per assenza di reddito. E, senza un radicale cambiamento, i giovani dei futuri anni ‘30 rischiano di non avere alternative a questa tenaglia” (Gloria Riva, L’Espresso).

Siamo in presenza della “fragilità di una ripresa più annunciata che effettiva e di un ritorno ai livelli occupazionali pre-crisi che nasconde una grande trasformazione dei rapporti di lavoro: più precari, temporanei, spesso a bassa remunerazione e con scarse o nulle protezioni. Troppe persone non possono contare su un lavoro con una prospettiva ragionevole di stabilità e il livello di disoccupazione continua a rimanere alto” (Chiara Saraceno).

Recenti dati statistici ci parlano di giovani laureati, al di sotto dei 34 anni, che sono costretti ad emigrare al Nord Italia oppure in altre nazioni europee. E dalla nostra regione l’esodo verso altri luoghi, con la speranza illusoria di più dignitose condizioni di vita risulta sempre più massiccio. Quest’anno che sta per chiudersi ci ripropone il copione già noto di promesse mancate e false prospettive che creano scoramento, disillusione e mancanza di fiducia soprattutto nelle nuove generazioni. Quale futuro avremo davanti a noi?☺

 

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