Quale natale? (Lettera aperta a quanti vogliono incarnarsi nell’oggi della storia)
4 Maggio 2017
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Quale natale? (Lettera aperta a quanti vogliono incarnarsi nell’oggi della storia)

Risolta la bagarre referendaria sulla modifica costituzionale (scrivo quando ancora non si conosce l’esito), che purtroppo ha visto estranea la maggior parte del popolo, consentendo così ai facinorosi del sì di raccontare balle a tutto campo, si è proiettati verso le feste natalizie perché dicembre, almeno per la cultura occidentale, è anzitutto natale. Il rischio è la mistificazione per via dell’infantilizzazione del natale, telecomandata dagli interessi commerciali che la fanno da padroni. A tal punto che diventa secondario il protagonista stesso della nascita a tutto vantaggio dell’organizzazione festaiola, di presepi, di rappresentazioni e tradizioni popolari. Scrive un teologo di tutto rispetto: “Il pio ricordo della nascita di Gesù non si è troppo risolto nell’immagine idilliaca del bambino nella greppia? … Il ricordo della nascita di Gesù deve sempre rimanere congiunto al ricordo del testamento della sua vita in quanto Gesù prese le parti degli insignificanti, degli evitati, dei disperati” (J.B. Metz). Lo stesso presepe, nelle intenzioni dell’ideatore, era la contestazione più radicale della cultura conquistatrice e predatoria dell’epoca che si nascondeva dietro il valore religioso delle crociate. Francesco d’Assisi, con il suo presepe vivente nel 1223 a Greccio, voleva dire alla società e alla chiesa del tempo: smettetela di mascherare la guerra dietro nobili ideali; non c’è bisogno di andare a seminare morte per liberare dagli infedeli la terra santa in nome di Gesù. Cristo nasce qui, in mezzo a noi. Le crociate erano insomma la versione moderna delle nostre missioni di pace! non sarebbe più efficace non produrre e non commerciare armi, anziché andare a morire e a uccidere in nome della pace?

Un altro Francesco oggi, con ben altra risonanza mondiale, ma egualmente inascoltato, chiede un cambiamento strutturale alla chiesa e alla società. Con la chiara consapevolezza che non saranno i potenti e i prepotenti di turno a cambiare il mondo, nonostante la preoccupante piega autoritaria, xenofoba e razzista che sembra prevalere dalle urne, si affida ai movimenti popolari perché costruiscano una società a misura di persone. Il discorso, ripreso in altre parti di questo numero, ma passato inosservato sulla grande stampa, merita di essere letto per intero, anche per poter dare un sapore nuovo e autentico a questo natale. Naturalmente col natale il discorso del papa non c’entra niente. Ma nel momento in cui chiede di incarnarsi nell’oggi della storia per far da levatrice perché nasca una civiltà che non produca più scarti umani, le affinità con il natale che ci accingiamo a vivere sono di tutto rispetto. Io provo a saccheggiarlo per spingervi a meditarlo (basta digitare su google: terzo incontro dei movimenti popolari).

All’insegna della sete di giustizia e del grido terra, casa e lavoro per tutti, il papa auspica un cambiamento strutturale perché si realizzi un’alternativa umana di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza che ci sta attanagliando. Tre i compiti che individua:

1) mettere l’economia al servizio dei popoli. “Chi governa allora? Il Denaro. Come governa? Con la frusta della paura, della diseguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare”. Non è strano, si chiede, che quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene la bancarotta dell’umanità (campo profughi, immigrati allo sbando, impoveriti per mancanza di lavoro) si stenta a racimolare anche piccole somme per salvarli? Urge una nuova politica che sia impegno a servizio degli altri.

2) costruire la pace e la giustizia. La tirannia si sostiene perché sfrutta le nostre paure, da qui la tentazione di costruire muri fisici e sociali. La paura viene alimentata ad arte e finisce per anestetizzarci di fronte alla sofferenza degli altri, rendendoci alla fine crudeli. Costruire ponti è abbattere le disuguaglianze che generano violenza. Aiutare il mondo a guarire dall’atrofia morale attraverso lo sviluppo umano integrale perché giustizia e pace finalmente si bacino.

3) difendere la Madre Terra. Essa è la nostra casa comune. Siamo cresciuti pensando che ne eravamo proprietari e dominatori, dobbiamo riscoprirci custodi e servi e renderci conto che un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi. Dalla consapevolezza che la terra è di tutti nasce la certezza che i beni hanno una destinazione universale e dunque sulla proprietà privata grava un’ipoteca sociale. In altre parole si può possedere il superfluo solo dopo che tutti hanno l’essenziale. Solo se si risolveranno i problemi dei poveri si risolveranno i problemi del mondo.

Vengono evidenziati due rischi da evitare: quello di lasciarsi imbrigliare nelle micro realizzazioni trascurando di rifondare le democrazie che sono in crisi e quello di lasciarsi corrompere. Solo una vita improntata all’austerità porta a promuovere il bene comune e a lottare perché per tutti ci sia terra, casa e lavoro.

Se il natale celebra la venuta di Dio nella storia, ciò diventa dichiarazione esplicita che questa vita merita di essere vissuta in questo mondo, e noi, solo facendoci carico delle sorti dell’umanità e impegnandoci con i marginali, faremo veramente natale. Il resto è folklore e lascia il tempo che trova. Auguri. ☺

 

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