Quando l’abito fa il monaco…
14 Ottobre 2020
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Quando l’abito fa il monaco…

“Non giudicare il libro dalla copertina”, dice un aforisma celebre. La stessa cosa vale anche per il vino? Nella maggior parte dei casi, sì. Nessuno può mettere in dubbio che la qualità del contenuto supera di gran lunga per importanza l’estetica della confezione. Eppure, soprattutto in un mercato fortemente concorrenziale come quello enologico, dominato dai Millennial, i nuovi giovani consumatori influencer e influenzati, le cose non sono così semplici. L’occhio vuole la sua parte, e, spesso, è una grossa parte! Instagram impazza e così negli ultimi anni le aziende del vino puntano sempre di più sulla buona “presentazione” che aiuta a vendere.

È il packaging, croce e delizia dei produttori, vera e propria materia oggetto di attenti studi che, nel caso del vino, vanno dall’etichetta alla bottiglia passando per il tappo, senza trascurare la confezione. Con essa il vino è imballato, spedito e fa il giro del mondo. Molte scatole le troviamo all’interno delle enoteche, nei negozi o nelle cantine private degli appassionati “enoici” e, troppo belle per essere scartate via, diventano un oggetto d’arredo ed un veicolo ulteriore di pubblicità per la casa produttrice.

Ma, certamente, è l’etichetta il fulcro attorno al quale ruota l’immagine del vino, con tutte le sue variabili, dimensioni, fattura, disegno e scelta del carattere grafico. Tutto studiato in modo che possa sgomitare tra le altre e mettersi in evidenza. A volte si cattura l’attenzione con colori aggressivi, a volte rassicuranti, a volte donando ad essa tridimensionalità con rilievi percepibili al tatto. Nell’etichetta e nella sua “retro” devono esserci tutte le informazioni necessarie a spiegare il prodotto e a raccontarlo descrivendone le caratteristiche essenziali. L’etichetta deve contenere anche tutto ciò che la legge impone che sia chiaramente scritto; questo aspetto sembra ovvio, ma purtroppo esistono dei casi in cui le etichette sono “fuorilegge”, vale a dire che per distrazione, superficialità o scarsa conoscenza della normativa, non contengono tali informazioni. L’etichetta, provocatoria, ma mai offensiva, con nomi avvincenti che incuriosiscono, ma mai banali e scontati. Nomi che fanno capire ciò che c’è dentro come viatico di un assaggio che sarà, oppure nomi così enigmatici che vien voglia di comprare una bottiglia per scoprire ciò che nasconde. Nomi evocativi che riportano alla mente contesti già vissuti e nei quali l’interlocutore e quindi il potenziale cliente, si ritrovi calato e protagonista. Potremmo dire che già solo l’etichetta è un mondo a parte.

Il packaging comprende cosi un mix di psicologia, marketing, antropologia e poesia. Questa materia può generare dei mostri, dipende da chi cura l’immagine di un’azienda e quindi il classico “chi te l’ha fatta l’etichetta?” può diventare una frase a doppio taglio che in un caso può far percepire al produttore di vino, come dicevamo all’inizio, che ha sbagliato strada e ciò che gli sembrava un’etichetta chiara ed efficace, non è così all’occhio di chi guarda. Nell’immaginario collettivo, il vino è un brigante e un seduttore, figuriamoci se non deve esserlo la sua etichetta o il suo tappo che pur se poco evidente, giacché nascosto nel collo della bottiglia, è pure di vitale importanza per il vino, poiché ne custodisce e ne preserva tutte le caratteristiche organolettiche. Packaging anche quello. La capsula, quasi come il tappo, è il primo approccio visivo alla bottiglia.  Sono tutti dettagli che un po’ come gli accessori di una donzella, possono fare la differenza. E come gli accessori sono soggetti al gusto e alle tendenze.

Trend degli ultimi anni il tappo a vite in puro sughero agglomerato che grazie ad alcune scanalature, realizzate all’interno del collo della bottiglia, fa sì che esso esca e torni nel suo alloggiamento come fosse un classico tappo a vite. E ancora la confezione da 100 ml, rigorosamente monodose, che corrisponde ad un bicchiere di vino, con un packaging davvero innovativo: una bottiglia completamente in materiale riciclabile, nella fattispecie per tre quarti carta. Una sorta di sacchetto che una volta svuotato del suo contenuto si appiattisce, occupando pochissimo spazio. Una soluzione giovane, ecologica e di tendenza che punta dritto al bersaglio. Il 90% dei consumatori di vino è composto da single, più o meno giovani oppure coppie senza figli, tutti personaggi che non amano aprire una bottiglia intera, ma che difficilmente rinuncerebbero ad un buon bicchiere di nettare di Bacco. Ecco quindi la soluzione che tutti cercavano. Il canale? La grande distribuzione.

Design, creatività, tecnica, informazione sulle tendenze del mercato e sui gusti delle persone, attenta analisi degli orientamenti dei consumatori in costante evoluzione, sono tutto ciò che gira intorno al vino. Produrlo è impegnativo, ma metterlo sul mercato non è cosa facile. E allora vada per un bel vestito, se di sartoria meglio.☺

 

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