Quel che resta del che
13 Novembre 2017
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Quel che resta del che

Cinquant’anni sono passati dal giorno in cui la notizia, e le tragiche circostanze, della morte di Ernesto Guevara sconvolsero il mondo; avevo 13 anni, e non ero del tutto consapevole del cammino umano del giovane argentino che sarebbe diventato, con quella morte, immortale. Mi colpì soprattutto l’orrore delle mani mozzate, e quella foto da Cristo del Mantegna che rendeva così bene il senso di ingiustizia immane della sua fine.

Negli anni, poi, del Che hanno fatto un santino romantico, un’ immagine da paccottiglia commerciale, complici la bellezza fisica dell’uomo e il sogno rivoluzionario che ha continuato a incarnare. Un eroe da cappa e spada nascosto nella foresta tropicale, un illuso che voleva cambiare il mondo, oppure, a scelta, un comunista assassino, un violento che teorizzava molti Vietnam. E molti oggi si chiedono sgomenti se è vero che il Che fu un assassino, dimenticando che Ernesto non era un frequentatore di talk show televisivi, ma uno che la guerriglia la faceva davvero, e si trovò in alcuni momenti a dover ordinare esecuzioni capitali.

Forse che questo diminuisce la coerenza della sua vita? Come sempre, conoscere la storia reale di quei luoghi e di quella società aiuta a rimettere nella giusta prospettiva azioni e scelte che ora ci appaiono discordanti con il mito.

Ma chi è stato davvero Ernesto Guevara, detto il Che? Penso che prima di tutto sia stato un uomo colto, pulito dentro, incrollabile nel seguire la sua strada anche quando cancellava gli affetti più cari, puro come un eroe greco nel mettere sul piatto della roulette la propria vita pur sapendo che l’avrebbe persa. Un analista economico e politico di rara efficacia e intuito, un figlio di quell’America Latina le cui “vene aperte” continuano a sanguinare, oggi come allora, uno di quei profeti perdenti, certo, come è facile dire oggi, che però ebbe la forza di rifiutare una tranquilla poltrona di ministro a Cuba per continuare a cercare di attuare la liberazione del proletariato.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se il suo nome risuona ancora come un richiamo irresistibile per tanti giovani e non: cerchiamo tutti, in lui, la parte nobile dei nostri sogni, quell’anelito di giustizia che per fortuna non si è ancora spento nelle nuove generazioni, nonostante e contro la pressione del debito ingiusto, della crisi mondiale, della globalizzazione assassina che spegne i diritti.

E anche se ci viene ripetuto come un mantra ossessivo che il comunismo ha fallito, che la nostra generazione ha perso, che destra e sinistra sono ormai lessemi senza senso, basta guardare una delle tante foto che in questi giorni hanno riempito i giornali per sentire rinascere dentro nell’anima la convinzione (incerta, informe, magari non espressa) che sì, abbiamo ancora bisogno di un sogno come quello del Che. Il suo volto eternamente giovane e bello è il simbolo globale della ribellione pura, coerente con se stessa fino al sacrificio supremo. Ci sono pochi altri volti, forse nessuno, in grado di esprimere un messaggio simile.

Certo, non è più nella selva cubana o sui picchi della Bolivia che andremo a cercare il Che: ora c’è necessità di lui nei call center, nei Mac Donald’s, nei centri lager dove si ammucchiano i migranti, sulle frontiere austriache e ungheresi presidiate dai cani come ai tempi della Gestapo, nei campi del nostro sud governati dai caporali. Dovunque lo sfruttamento di questo capitalismo impazzito impera, lì la voce di Ernesto Guevara risuona ancora: e parla ancora, con la cantilena dolce e velocissima dello spagnolo d’Argentina, a chiunque non voglia chiudere occhi, orecchie e cuore all’appello degli sfruttati.

Perché l’economia, nonostante i suoi trionfi, non è ancora riuscita ad uccidere i sogni di un mondo altro; e sapere che il Che ha lottato per gli stessi tuoi fini aiuta a non abbandonare la speranza. Le nostre lotte sul territorio hanno sicuramente modalità diverse, ma i beni comuni, la democrazia dal basso, la volontà di partecipare alle scelte sono comunque sogni concreti ai quali il suo mito non è estraneo, e che condividono una natura rivoluzionaria e intransigente in questo sottobosco oscuro di compromessi e compravendite.

È vero, quella generazione ha fallito; Trump, Putin e i tanti altri dittatorelli folli che infestano l’universo sono qui a ricordarcelo; ma la luna di Higuera, in Bolivia, ha visto spegnersi solo l’esistenza terrena di Ernesto Guevara. Non le ragioni del suo camminare, né il valore delle sue idealità.☺

 

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