Ratto di proserpina
4 Febbraio 2021
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Ratto di proserpina

Ci sorprende come Gian Lorenzo Bernini (Napoli,1598 – Roma,1680), nell’accingersi a realizzare uno dei suoi più celebri capolavori, il Ratto di Proserpina, avesse appena 23 anni: eppure, nonostante la giovane età, era già affermato scultore, avendo avuto modo di lavorare per il potente mecenate che gli aveva commissionato il gruppo della Galleria Borghese, il cardinale Scipione Borghese (Roma,1577 – 1633).

Uno dei personaggi più in vista di Roma, Camerlengo del Sacro Collegio, dopo essere stato per sedici anni Segretario di Stato del papa, nonché affezionato collezionista alla ricerca delle migliori opere di artisti contemporanei, nel 1606, il Cardinale aveva avviato i lavori della costruzione della sua villa, nota come Villa Borghese Pinciana, oggi sede della Galleria Borghese. Le prime realizzazioni del giovanissimo Bernini avevano attirato l’attenzione dei più esigenti collezionisti, tanto che Scipione Borghese, già nel 1618 (Gian Lorenzo era allora ventenne) lo ingaggiò per realizzare dei gruppi scultorei da inserire nella nuova villa.

Il Ratto di Proserpina

Il Ratto di Proserpina fu il secondo dei quattro gruppi scultorei di Villa Borghese, e Bernini iniziò a lavorarci alcuni mesi dopo aver completato il primo, l’Enea, Anchise, Ascanio, terminato nel 1619. Un documento di quell’anno attesta la consegna di un blocco di marmo alla bottega di Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo: presumibilmente quello da cui avrebbe preso forma il Ratto di Proserpina, iniziato nell’estate del 1621. Il cardinale Scipione Borghese era rimasto molto soddisfatto del primo gruppo, e aveva deciso di proseguire la collaborazione con Gian Lorenzo, commissionandogli un’ulteriore scultura a soggetto mitologico, tratto dalla letteratura latina. Per il nuovo gruppo il soggetto giungeva dalle Metamorfosi di Ovidio.

Il mito

Si tratta di una favola della mitologia greco-romana: Proserpina era la bella figlia di Cerere, dea delle messi. Di lei si invaghì Plutone, il dio degli inferi, che volle a tutti i costi farla sua. Mentre la giovane era intenta a cogliere fiori da un prato, il Signore dell’oltretomba la rapì portandola con sé nelle profondità della terra, lasciando la madre, disperata, a vagare per nove giorni e nove notti. Al decimo giorno, conosciuta la sorte della figlia, Giove il re dell’Olimpo cercò di persuadere il fratello Plutone a restituire la fanciulla alla madre. Proserpina aveva mangiato dei chicchi di melograno, il cibo dei morti, per tale ragione non poteva far ritorno nel mondo dei vivi. Giove riuscì a mediare un accordo, facendo sì che Proserpina potesse tornare nella terra dei vivi per sei mesi l’anno. Per i restanti sei sarebbe rimasta nell’ oltretomba, sposa di Plutone.

Dettagli inquietanti

Bernini rappresenta il “momento culminante del racconto”, quello più concitato e violento: quello del rapimento. Ade, fiero, possente e muscoloso, ha abbrancato la ragazza, che cerca di scappare e di divincolarsi dalla presa stretta del dio degli inferi: la “mano che affonda nella coscia di Proserpina”, con le dita che esercitano la loro pressione sulla carne della giovane, è forse uno dei dettagli più famosi e celebrati di tutta la storia dell’arte. Lei si dimena, scalcia, con le gambe tenta di sollevarsi per trovare una via di fuga, le mani si agitano, una colpisce il volto barbuto di Ade.

L’espressione bramosa e vagamente estatica di lui tradisce un leggero moto di fatica: se si leggesse soltanto il suo sguardo, forse, si potrebbe pensare che la figlia di Cerere possa riuscire a liberarsi, prima o poi. Ma, osservando il resto del corpo, s’ intuisce che l’impresa di Proserpina è alquanto difficoltosa, se non impossibile: il dio è infatti ben piantato sulle robustissime gambe, la sinistra è stabilmente puntata in avanti a fare da perno, e la destra è invece più indietro per bilanciare la posizione, per far sì che Ade non perda l’equilibrio. Il torso, muscoli scolpiti e ben definiti, si piega all’indietro per lavorare di dorsali e addominali, chiamati a supporto delle braccia che si stringono a cerchio onde rendere più efficace la presa: con la mano sinistra, Ade circonda la schiena di Proserpina in modo che lei non possa farsi cadere all’indietro per liberarsi e, al contempo, così da stringerla a sé tanto da renderla più vulnerabile, mentre con la destra esegue lo stesso movimento cingendo le gambe, in modo da limitarla nei movimenti. L’unica speranza, per lei, è quella di “protendersi in avanti”: Bernini la coglie, infatti, mentre tenta un movimento spingendosi con le spalle e aiutandosi col braccio. Il tentativo però è vano anche perché, peraltro, Ade ha portato con sé Cerbero, il mostruoso cane a tre teste, guardiano degli inferi, pronto a bloccare Proserpina da dietro e, muovendo le tre teste in tre direzioni diverse, attento a verificare che nessuno sopraggiunga per ostacolare i piani di Ade. Così lei non può far altro che lanciare un grido che lascia trasparire, allo stesso tempo, la vergogna per esser stata denudata (notiamo infatti il velo che le scivola dal corpo rivelando le sue forme morbide: una fedele trasposizione del dettaglio del racconto di Ovidio), il terrore per la violenza che sta subendo, lo sconforto nel realizzare che nessuno la può aiutare.☺

 

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