Razzismo anno zero
29 Luglio 2020
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Razzismo anno zero

Otto minuti e quarantasei secondi. Un tempo breve o lunghissimo. In questo caso però è il tempo che ha cambiato per sempre la vita di un uomo, ponendovi fine. La vita di un uomo. Di colore.

Solo qualche settimana fa, per uno strano scherzo del destino, la programmazione televisiva ha proposto pellicole aventi a tema l’odio razziale verso i diversi. Palcoscenico: il paese definito dai geopolitici quello con la democrazia più avanzata, gli Stati Uniti. Le immagini delle marce pacifiche dei neri da Selma fino a Montgomery lontane ormai 55 anni e che vedevano Martin Luther King in testa al lunghissimo corteo, provocano ancora oggi ferite nelle nostre carni. La brutalità delle forze dell’ordine – dalla pelle bianca – che si accanivano sui manifestanti inermi -dalla pelle nera – sembrava appartenere ad un lontano passato ormai superato ed intriso di un inspiegabile razzismo.

I titoli di coda del film restituivano perciò un sollievo considerevole, al pensiero che quelle scene appartenevano ormai alla storia e legate ad un tempo lontano, fortunatamente archiviato. Incredibile immaginare come tutto ciò fosse stato premonitore di un qualcosa che avremmo nuovamente vissuto in maniera più cruenta ed intollerabile, tanto da scatenare ancora una volta l’odio tra persone con pelle di colore diverso. Questo, per l’ennesima volta a seguito di un omicidio perpetrato da chi l’ordine dovrebbe garantirlo, ovvero le forze di polizia. Accade nell’anno 2020 nel paese definito – sempre dagli illuminati geopolitici – il più civile del mondo: un modello di democrazia esportabile.

Il ritorno sulla scena del movimento Black Lives Matter, sopito, ma purtroppo mai archiviato negli anni e scatenato dall’uccisione di un uomo di colore a Minneapolis, George Floyd, ha dato vita un po’ ovunque nel mondo a manifestazioni e flash mob. Anche la nostra regione ha partecipato a suo modo, alzando la voce del dissenso verso ciò che è accaduto oltreoceano.

A Campobasso in Piazza Vittorio Emanuele lo scorso giugno in una delle prime manifestazioni post Covid, circa duecento persone tra studenti e cittadini comuni, circondati dagli striscioni da loro stessi preparati e che recitavano No Justice, no Peace, si sono inginocchiati per otto minuti e quarantasei secondi, tenendo le mani sulla testa, esattamente la durata dell’agonia dello sfortunato Floyd con il ginocchio al collo.

Un’iniziativa degna di nota ma isolata, quella dell’Unione degli Studenti, che se da un lato ha messo in risalto tutto lo sdegno nei confronti dell’odio razziale verso i neri d’America, ha altresì attestato che il tema non è minimamente percepito come tale da molte parti della società civile, tant’è vero che la partecipazione, seppur importante, è stata tuttavia limitata. Il lungo applauso finale con gli sguardi rivolti verso il cielo, sono stati il suggello ad un momento di riflessione che auspicabilmente non sarà destinato a rimanere isolato. Certamente il fatto che le istituzioni locali non abbiano assunto una posizione ufficiale sul caso Floyd lascia sgomenti, quasi come se il problema non ci appartenesse. Viene da riflettere nell’ascoltare l’assordante silenzio delle destre, regionali e nazionali, così solerti nell’organizzare contromanifestazioni in grande stile lo scorso 2 giugno nel giorno della Festa della Repubblica, senza poi spendere un minimo pensiero sul tema della questione razziale appena qualche giorno dopo.

Ragionamenti di buon senso auspicherebbero soluzioni di buon senso. Il dubbio sul fatto che si riesca ad arrestare quest’onda lunga iniziata da Minneapolis, e che si sta rapidamente propagando, è lecito. Gli animi dei manifestanti iniziano ovunque ad essere ottenebrati da pulsioni che vanno oltre il razzismo e la demolizione dei monumenti storici che sta avvenendo in tutto il mondo non ne è che la riprova: monumenti che, senza peccare di buonismo, dovrebbero essere occasione di studio, di riscoperta, nel bene e nel male della figura eretta su quel piedistallo. Abbattimento significa cancellazione della storia per i posteri, che mancheranno di quella parte di sapere che liberamente decideranno di condividere o meno. A partire dalla cancellazione dei nomi degli imperatori romani dopo la loro morte, nei tempi antichi, passando per l’abbattimento della statua di Napoleone durante la Comune di fine ‘800, oggi tutto questo è tornato di moda. Solo due anni fa a pagare il prezzo furono i monumenti alla Guerra Civile americana, ovvero a Robert Lee e Stonewall Jackson, che si batterono per la legittimità della schiavitù dei neri. Nelle settimane scorse, in Inghilterra a Bristol, a pagare è stato il monumento ad Edward Colston, benefattore della città, il quale però deve le sue ricchezze alla tratta degli schiavi. Stessa sorte a Londra ha subìto la statua di Robert Milligan, mercante di schiavi. Negli Stati Uniti sempre, Cristoforo Colombo ha subìto abbattimenti e decapitazioni.

Il nostro paese non è ovviamente scevro da questa furia, a partire dal dibattito circa l’opportunità della rimozione della statua di Indro Montanelli a Milano, così come a Torino con il monumento a Vittorio Emanuele, imbrattata. Stesso dicasi a Cagliari, dove è stata presa di mira la statua del Viceré di Sardegna Carlo Felice. L’elenco sarebbe infinito. Tra revisionismo storico e cancellazione della memoria, le sfide a cui l’umanità intera si sta esponendo, appaiono sempre più dure ed incerte, oltre che divisive.

Da queste constatazioni sembra venire una riposta implicita alle domande sull’umanità dopo il lockdown da Covid-19. Le prime risposte non inducono a pensieri positivi. L’auspicio è quello di un ulteriore lungo momento di riflessione da non risolversi invece in un bieco sciovinismo che abbatta simboli, anziché comprenderli, senza lasciare agli altri la possibilità di ammirarli e studiarli.

La storia non è a senso unico e calpestare la memoria di Floyd, mescolando ad una giusta causa ciò che non lo è, renderà una battaglia dovuta puramente arbitraria. ☺

 

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