regole condivise
26 Febbraio 2010
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regole condivise

 

“Socrate girava per Atene e provocava i suoi concittadini allo scopo di risvegliarli dal torpore mentale delle loro idee che non avevano altra solidità se non la consuetudine” (U. Galimberti).

Proseguendo nel confronto tra la nostra cultura italiana e quelle di altre nazioni – nel nostro caso il mondo anglosassone – vorrei invitarvi a riflettere sulla parola “consuetudine” che, credo, a volte non abbia nella nostra lingua la giusta collocazione.

Nel linguaggio informale i suoi sinonimi più frequenti sono “abitudine, usanza, tradizione” (come nell’esempio riferito a Socrate): termini che rientrano pienamente anche nel nostro vissuto di italiani cui le tradizioni sono molto care.

 In ambito giuridico, invece, “consuetudine” ha un significato molto preciso che attiene direttamente alla cultura anglofona, vale a dire indica quella “fonte di diritto che si basa sulla ripetizione costante di un determinato comportamento, ritenuto pertanto obbligatorio”.

 In realtà il nostro vocabolario più recente ha accolto la versione inglese della parola “consuetudine”: Common Law [pronuncia: cammon lò], ossia “legge comune”- dove law traduce “legge”. Essa si distingue da quella scritta, raccolta in codici, come ad esempio quella che vige prevalentemente in Italia.

Come si può notare, anche all’apparenza, l’inglese si mostra di semplice ed immediata comprensione: la legge comune è la legge popolare (l’aggettivo common rientra nel campo semantico di gente comune, persone del popolo). Ciò che distingue, quindi, il diritto consuetudinario dalla legge scritta è proprio questo: un modo di comportarsi comune e condiviso diventa legge anche se non necessariamente è tradotto in articoli o commi.

Le società inglese ed americana, come pure quelle di altri paesi di cultura anglofona, risentono, a mio avviso positivamente, di questa impostazione nei rapporti tra i cittadini. Molte norme che regolano le più svariate situazioni non sono codificate ma fanno semplicemente riferimento ad usanze ormai acquisite o a sentenze che, emanate da un tribunale, vengono estese ed assumono valore  di legge che tutti sono poi tenuti ad osservare.

Ed i comportamenti dei singoli sono adeguati a questa cultura delle regole condivise e “non imposte”: si cerca il più possibile di non commettere infrazioni; nel momento in cui qualcuno non rispetta la consuetudine è naturale vederlo confessare la propria colpa, riconoscere l’errore commesso, dichiararsi disponibile a riparare, magari lasciando ogni incarico di pubblica rilevanza.

Uno degli elementi fondamentali per la crescita democratica di una nazione è la consapevolezza che il rispetto delle leggi è parte della nostra vita quotidiana e che le regole che tutti siamo tenuti ad osservare non sono – e non vanno percepite come – distanti da noi: sono esse, infatti, che danno vita al nostro stare insieme (“legge comune”, appunto!).

Viene da chiedersi però se vi sia un autentico rispetto delle regole condivise quando si ricorre a cavilli legislativi, a leggine, non riconducibili alla consuetudine, per salvaguardare e sottrarre alla giustizia singoli cittadini, magari con incarichi di prestigio in campo politico. E il nostro paese vanta una discreta esperienza in questo settore!

Che siano leggi codificate, come quelle italiane, o che discendano dalla consuetudine, è innegabile riconoscere l’importanza delle regole in una società civile, in cui si possa realmente vivere secondo giustizia e vedere i diritti riconosciuti per tutti.

La strada è però ancora lunga! E non ci farebbe male prendere qualche insegnamento dai nostri amici anglofoni, o forse potremo chiamare in soccorso il vecchio Socrate che con i suoi concittadini ateniesi “non scambiava opinioni per giungere ad una decisione, ma sospendeva la decisione per allargare la visione in cui collocare il problema con parametri nuovi”.☺

dario.carlone@tiscali.it

 

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