ricordi d’inverno  di Carolina Mastrangelo
1 Dicembre 2011
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ricordi d’inverno di Carolina Mastrangelo

 

Amo l’autunno, forse per le sue atmosfere cromatiche così intonate alla mia età, al mio sentire, ai miei vissuti. Amo l’autunno e ne parlo con particolare trasporto ai miei alunni. Però cieli malinconici, nebbie soffuse e alberi spogli, panorami d’intonazione liricheggiante insomma, trovano scarso margine nell’animo infantile. Ogni stagione è condizione di felicità per il bambino, nel suo incessante bisogno di scoperta e di variazione; ogni fase ha per lui una sua suggestione e un suo fascino, ma per la sua propensione alla meraviglia, all’imprevisto, ai panorami d’eccezione, la stagione, o meglio, il mese dove convergono tutti i giorni del suo calendario, dove si danno convegno i suoi più flebili desideri è il bianco e natalizio dicembre. L’ho scoperto da un piccolo sondaggio fatto a scuola. Anche per me era così. I ricordi più belli della mia infanzia sono quelli legati all’inverno, vicino al fuoco, dove la nonna, cessando per un attimo di sgranare il rosario, ci radunava per raccontare con voce misteriosa, gravida di secoli le sue storie sacre e magiche: – Mentre la notte era più profonda, sul mondo il tempo si fermò e tutto restò immobile. Ogni creatura restò nella posizione in cui era stata sorpresa: le pecore che si abbeveravano al ruscello non poterono alzare la testa, l’acqua si congelò in una increspatura di cristallo, la brezza notturna si placò e una foglia che stava cadendo da un ramo rimase sospesa a mezz’aria. Poi sopra Betlemme l’incantesimo fu rotto da un subbuglio nel cielo: l’oscurità si riempì di ali di luce e occhi splendenti mentre, tra melodie angeliche, una voce che non poteva essere umana cantava: – Non temete, vi annuncio una grande gioia: oggi  è nato per voi il Salvatore!…

Mi sembra di vederla ancora la nonna, vestita di nero, col fazzoletto legato sotto il mento in quelle sere d’inverno nella cucina annerita, odorosa di cibi frugali; rivedo l’ombra del suo profilo e delle sue mani che la fioca luce della candela allungava inquieta sui muri, sul pavimento, sulla cappa del camino… e noi piccoli che tentavamo di acchiapparla senza mai riuscirci. Io  guardavo la neve cadere oltre i vetri  e mi sentivo protetta, circoscritta come nella sfera di cristallo di S. Michele che se la scuotevi lasciava cadere miriadi di fiocchi bianchi. Poi, con la testa sotto le lenzuola che sapevano di casalingo e di mio, con nel cuore pieno di una felicità che inebriava, assaporavo quel buio misterioso e amico sognando i giocattoli che presto avrei trovato ai piedi del letto e il pino che avrei decorato con festoni rossi di carta velina. Intanto fuori la notte e la neve tessevano scenari incantati per l’imminente festa di natale…

Sono soprattutto i ricordi d’inverno quelli che mi ricongiungono ai miei fratelli, quelli che fanno riaffiorare scene, odori, sapori, modi di dire e che ci fanno  ancora famiglia, focolare, casa.

 I nostri bambini, forse non sanno cosa sia una sera senza la luce elettrica, nonne canute che sembrano vecchie di cent’anni, vestite come befane benefiche o come sia dolce sognare una piccola cosa che non si potrà mai avere, ma anche loro amano dicembre perché nonostante i tempi, il benessere e la modernità, i bimbi sono sempre uguali. ☺

 

 

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