Ricordiamoci della scuola prima
9 Febbraio 2022
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Ricordiamoci della scuola prima

E ancora si parla di dad. Sostenitori, detrattori e, in mezzo, tanta retorica, tanto giudizio facile sulla scuola e sugli insegnanti, sparato da troppi che la scuola non la vivono e non la conoscono.

Il rientro post-vacanze natalizie è stato accompagnato da un diluvio di chiacchiere vuote e irritanti sul consueto dilemma “in presenza o a distanza”, diluvio che, naturalmente, ha invaso le prime pagine dei giornali e i titoli di molti notiziari per alcuni giorni. Pochi giorni, a dire il vero, giusto quelli che sono serviti a rispedire in classe figli e relativi insegnanti, senza tirar fuori una riflessione sensata e critica sul reale stato delle cose.

È ciò che succede sempre, da due anni a questa parte, a settembre e a gennaio, quando, dopo che i buoi sono scappati a gambe levate, tutti diventano allevatori esperti e filosofeggiano sulle stalle: chi le vuol chiudere, chi le vuole tenere aperte, chi dice che dovrebbero essere riprogettate, chi analizza impietosamente il comportamento dei buoi, chi ritiene che abbiano avuto tutto il diritto di scappare. È il modo tutto italiano di fingere di tenere a cuore la scuola, quando invece è ormai considerata comunemente (grazie alla crescente, colpevole incuria dei governi, accompagnati da un radicale cambiamento di percezione sociale dell’istruzione e dei suoi professionisti) una realtà assolutamente marginale. Chissà perché ma, al rientro dalle vacanze, alla scuola ci tengono tutti. In tutti scoppia l’ammirazione sconfinata per questa preziosa e insostituibile istituzione educativa senza la quale i nostri giovani non saprebbero proprio come crescere sani.

Questa intermittente ammirazione per l’universo scolastico (giornali e tv compresi, dove di scuola si parla solo il 7 gennaio e il 31 agosto), abbiate pazienza, mi ha veramente disgustata. È l’ultimo schiaffo che noi insegnanti e tutto il mondo della scuola merita. Aldilà delle ragioni (spesso intrise di retorica stucchevole) che sostengono la scuola in presenza o quella a distanza, ciò che non è più tollerabile è decisamente questo bla bla.

In questi due anni di pandemia, in questa esperienza tanto più grande di noi che stiamo vivendo e che ha radicalmente mutato il nostro modo di percepire il mondo, la quotidianità, le relazioni, tutta la società si sarebbe dovuta inchinare alla scuola. E invece ci siamo inchinati davanti ad altro.

Tutta la società si sarebbe dovuta stringere intorno ai suoi bambini, ai suoi giovani, lavorando affinché la scuola in presenza potesse essere garantita nella maniera più fluida e sicura possibile a tutti. Avere a cuore la scuola, l’istruzione e la socialità dei nostri ragazzi, significava non solo investire prepotentemente nel potenziamento degli organici, nelle strutture, e in tutto quello di cui la scuola aveva bisogno per funzionare bene in una pandemia; ma significava anche e soprattutto conciliare le sacrosante esigenze dell’economia con quelle altrettanto sacrosante dell’istruzione, senza che le prime soffocassero le seconde, senza che, pur di far funzionare l’economia, si allentassero i controlli e la garanzia della sicurezza; significava bandire le estati scellerate che abbiamo permesso, in cui l’aria da “tana libera tutti” ha riempito locali, lungomare, strade, negozi, per onorare il sacro divertimento, l’irrinunciabile aperitivo, la bicchierata innocente, il compleanno dello zio e l’universo della ristorazione.

Significava controllare in maniera seria, rigorosa, gli assembramenti, i green pass, il rispetto delle regole (a nessuno è capitato il barista irritato dalla spontanea presentazione del green pass? A me sì).

Significava impedire i capodanni, i ferragosto, le pasquette, i sabato sera da sballo e convincere gli italiani che lo stile di vita, per alcuni anni, con buona pace dei seguaci dello Spritz, era cambiata, andava cambiata, per il rispetto di un valore irrinunciabile: la tutela della salute pubblica, la solidarietà con il mio fratello più fragile, nonché la premura che la scuola – luogo di “assembramento” naturale, per forza di cose – potesse essere e continuare ad essere un luogo sicuro, dove entrano ragazzi che conducono uno stile di vita equilibrato, rispettoso, consapevole, e non mettono a rischio gli altri. E non costringono alla dad.

Dopo estati scellerate, dopo vacanze natalizie tali e quali, ci si ricorda (col muso ancora sporco di zucchero a velo e i residui dell’ultimo cenone nel frigo) che la scuola esiste e ci si deve tornare. Ma in sicurezza, parola d’ordine. Come se la sicurezza della scuola dipendesse solo dalle mascherine, dal tracciamento, dal distanziamento e dal fare ricreazione mangiando un panino a file alterne. E non dall’impegno a vivere una quotidianità responsabile, in cui i ragazzi smettano di assembrarsi con leggerezza (tra gli amici, in famiglia…) e vivano “all’esterno” con attenzione, per garantire che le scuole rimangano posti il più possibile “puliti”, sicuri, preservati da contagi esterni.

Della scuola non bisogna ricordarsi solo alla fine delle vacanze, quando molti genitori sono terrorizzati dall’idea che i figli restino a casa qualche giorno in più (serviva per rallentare il contagio, in fase decisamente esplosiva, ma nessuno ci ha creduto, mah!). Non si può parlare di scuola solo allora, spinti dal bisogno di riaprire perché sennò mio figlio dove lo metto.

Basta. Chiediamo rispetto per il nostro lavoro, un rispetto che parta anche da qui, dal non permettere questo cianciare piuttosto squallido, accompagnato dalla retorica di un ministro che loda la riapertura in presenza ignorandone con impudenza tutti i rischi, e tutte le conseguenze.

La prossima volta, perché tanto ci sarà, ricordiamoci della sicurezza della scuola un po’ prima, per favore.☺

 

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