Riflessioni amare
13 Maggio 2022
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Riflessioni amare

Mi è difficile, in questo periodo, pensare di scrivere di ambiente e di futuro con tutto quello che sta succedendo in Ucraina. Iraq, Bosnia, Afghanistan, Congo, Birmania, Yemen, Siria e altri paesi ancora sono lì per ricordarci non soltanto la geografia, ma anche quante madri negli ultimi trenta anni hanno pianto i propri figli, quanti fratelli nel mondo hanno dovuto abbandonare le loro terre. In tutti questi anni noi cosa abbiamo fatto? Poco, troppo poco e per troppo tempo, sia dal punto di vista umano che ambientale, perché forse è tristemente vero che teniamo di più al nostro condizionatore che ad altro.

Intanto è tornata la primavera, da sempre sinonimo di rinascita. Così diventa più facile distrarmi e scappare nei boschi, pensare di salire per i soliti sentieri oppure verso una nuova meta, un po’ come nella vita. Lo zaino (fisico e non) è lì, pronto per essere riempito di cose essenziali per una camminata, lasciando sempre dello spazio perché venga riempito con le esperienze vissute lungo il cammino. C’è sempre un’emozione particolare nel comporlo, come per i bambini il primo giorno di scuola, ripasso mentalmente tutto l’occorrente mentre gli scarponi sono giù nel ripostiglio che mi aspettano, e la sensazione che ho avuto fin dalla prima volta è sempre stata quella del figliol prodigo che torna a casa.

Sono in cammino e non riesco a fare a meno di pensare a mio nonno che l’8 settembre del 1943 scappò dall’esercito a Roma (e dalla guerra) per tornare a casa dopo più di un mese di cammino, libero; lo zio Giovanni invece mi raccontò ironicamente seduto su un muretto come, dopo essere ritornato dalla campagna di Russia, gli era passata tutta la voglia di camminare (e chissà cos’altro), oppure la coppia di anziani ai piedi delle Mainarde che mi indicarono dov’era (malmesso) il cippo a ricordo di Giaime Pintor, per poi parlare dei loro vent’anni e della guerra e salutarmi con la semplicità tipica dei montanari: “Quando non ci saremo più noi chi racconterà la guerra?”. Mentre queste immagini e ricordi si dissolvono, si fanno nitide le immagini più recenti dei fratelli afgani, siriani o africani che senza scarpe o abbigliamento tecnico cercano disperatamente di scalare la vetta (o solcare il mare) davanti a loro con una prospettiva diversa dalla mia, la libertà.

Ovunque la natura funge da viaggio anche solo interiore, ed è quasi sempre l’uomo a porsi da barriera innaturale; per fortuna sia il montanaro che il marinaio, nel loro DNA, hanno insito l’aiutare chi è in difficoltà nel viaggio e accoglierlo.

Allora mi chiedo perché non possiamo, perché non vogliamo aiutare i fratelli che vengono alla ricerca di una vita più dignitosa. Perché? Perché per una guerra lontana (tra le ultime la Siria) non un giorno di cronaca in più, non un corridoio umanitario e tanti fratelli dimenticati nelle tende, mentre per un’altra guerra lontana (Ucraina) “bombar- dati” mediaticamente, corridoi, finestre e porte aperte? E senza volerlo il fil rouge tra le due guerre è sempre la Russia, prima amica alleata oggi nemica.

Anche nella solidarietà e in quel che resta della nostra umanità, siamo razzisti? Forse ha ragione la Corradi su Avvenire, “…se resti a guardare troppo non ti rimangono parole. Se non: liberaci dal male. Ma, sono parole da dire in ginocchio”.

Mentre penso a queste cose che mettono a soqquadro il mio essere credente, continuo a camminare, a respirare la vita nuova, verso la vetta di turno per guardare l’infinito (leopardiano) oltre il colle. E sperare.☺

 

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