Riflessioni erranti
29 Agosto 2017
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Riflessioni erranti

È partita ufficialmente la campagna dei Numeri Pari: a Napoli il 16 giugno scorso, in Piazza San Domenico Maggiore, l’economista, coordinatore nazionale della campagna dei Numeri Pari, Giuseppe De Marzo, ha dato il via al lancio del tour nazionale sui temi del lavoro, della povertà, del reddito di dignità, dell’inclusione, del Welfare, voluto dal Gruppo Abele, da Libera contro le mafie, dal Cnca, dalla Rete degli studenti, da numerose parrocchie, da sindacati e fondazioni, da amministrazioni locali attente ai bisogni dei ceti meno abbienti, impoveritisi per la crisi economica-finanziaria di questi anni, e da centinaia di altre associazioni di cittadine/i. Il 20 giugno scorso, nella sala del Consiglio Comunale di Campobasso, c’è stato un incontro molto partecipato su questi temi, che oggi sono l’espressione amara di sofferenze di un numero elevatissimo di persone e di famiglie che debbono fare i conti con un’assenza dolorosa di reddito (forse temporaneo? Chissà!!!), con stipendi ma- gri, con risorse finanziarie molto modeste e tali da determinare una riduzione consistente dei livelli di vita precedenti, non particolarmente agiati per i più, ma sicuramente migliori di quelli che attualmente sono la causa di angosciose ed amare esistenze. Sono state avanzate alcune proposte operative che potrebbero trovare consistenza e continuità anche da noi nel Molise; tra queste ricordiamo la mensa sociale; il doposcuola gratuito; il servizio sanitario gratuito; corsi gratuiti nell’ambito di alcune branche di artigianato tradizionale come la falegnameria, l’arte della muratura; la tassa del buon soccorso. Queste sono alcune delle proposte avanzate da Giuseppe De Marzo.

Ma perché siamo alla frutta indigesta ed amara insieme?

Le scelte compiute dai governi italiani di questo ultimo decennio hanno avuto come esclusiva e pressoché unica finalità l’impoverimento del ceto medio, ormai spazzato via dalla crisi, e la reductio in vinclis della ex classe operaia, vuoi per l’eliminazione dello Statuto dei lavoratori, vuoi per la estrema precarizzazione del rapporto di lavoro, ridotto a livelli di asservimento psico-fisico. Questi dolorosi risultati sono sotto gli occhi di tutti; le proteste sono affidate a piccoli nuclei di cittadini prevalentemente politicizzati (riuniti in associazioni sociali) o ad aggregazioni sindacalizzate, specialmente quelle di base. Le teorie del neoliberismo sono propagandate con una tale pervicace divulgazione da influenzare e condizionare di conseguenza, in maniera pericolosa, le singole persone ed anche l’intera società civile. L’apertura dei mercati e la liberalizzazione delle merci con il Trattato di Maastricht hanno spalancato la porta alla liquidità, alla inconsistente leggerezza del lavoro, alla rarefazione di occupazione stabile e duratura nel tempo, come eravamo abituati fino a qualche anno fa (tale desolazione sociale è stata provocata, tra le altre misure governative, dal JobAct dei governi che fingono di dare una mano a quanti soffrono la crisi economica). La sfrontata sicumera delle teorie del “neocolonialismo”, pardòn del neoliberismo, ha ridotto a larve i cittadini e le loro organizzazioni sindacali: sembriamo tanti robot o persone esangui dinanzi al Moloch totemico del denaro. Precarietà, disaffezione civile, incapacità o nolontà a rapportarsi con gli altri nella presunzione che la propria solitudine, cioè l’ individualismo solipsistico, sia la panacea alla deriva sociale e culturale di queste ultime stagioni, sono, dunque, il risultato della omologazione complessiva alla filosofia del neoliberismo.

Bauman, quando parla del cittadino che è divenuto soltanto un consumatore, ha ragione. Ma quasi quarant’anni fa (e Moravia anche molto prima nel 1946 con il saggio L’Uomo come fine) Pier Paolo Pasolini aveva già preannunciato questa gheenna sociale e questa caduta agli inferi non soltanto della società italiana ma anche di tutto il mondo occidentale, schiavizzato e senza anima civile, “L’unico sistema ideologico che ha veramente coinvolto nel profondo anche le classi dominate è il consumismo, cambiandone il volto e la psicologia (…). Perché dà una certa aggressività, necessaria al consumo: se uno è puramente sottomesso, segue il puro istinto di sottomissione, come il vecchio contadino che chinava la testa e si rassegnava – cosa sublime come l’eroismo -, mentre adesso questo spirito di rassegnazione non c’è più (…) Altrimenti che consumatore sarebbe uno che si rassegna e accetta l’originario stato arcaico, retrogrado, inferiore, e rinuncia a lottare per elevare il suo stato sociale (…) sono tutti dei piccoli Hitler, dei piccoli prepotenti”. Ed ancora “(…) Il nuovo capitalismo (…) ha infatti creato il suo nuovo mito autonomo: il Benessere. E il suo tipo umano non è l’uomo religioso, o il galantuomo, ma il consumatore, felice di essere tale. Certamente oggi possiamo dire, senza essere minimamente smentiti, che tale atteggiamento è stato determinato dalla ricattabilità della forza lavoro, dalla spoliticizzazione e dall’assenza, salvo poche eccezioni, del sindacalismo di base, di acri e duraturi conflitti sindacali.

Ma cosa rimane da fare? Quello che da tanti anni facciamo: il lavoro politico e l’attività di sensibilizzazione civile fra la gente, all’interno delle contraddizioni che pericolosamente galleggiano nella società civile.

Un esempio? Nel pomeriggio del 21 giugno scorso, nell’ambito del convegno organizzato dall’associazione “Uniti per la Costituzione” – al cui programma ha aderito una serie di sigle associative -, abbiamo, come Libera, ripreso e riproposto le soluzioni che la precedente rete di associazioni, che ha sconfitto il maldestro e furbesco tentativo di Renzi di modificare in senso antidemocratico la parte sostanziale della nostra Costituzione, aveva condiviso con noi.

Quali? Tra i vari eccone alcuni: il monocameralismo: una Camera dei deputati, “eletti” dal popolo, in numero di 500; una legge elettorale proporzionale, senza sbarramento, per consentire a tutte le forze politiche o movimentistiche di essere rappresentate in Parlamento; la possibilità che i presidenti delle Regioni possano vedere riconosciuto il loro diritto/dovere di intervento (anche per emendamenti) nel corso della stesura delle leggi della Repubblica, che riguardino direttamente o indirettamente le Regioni per l’esercizio delle funzioni amministrative e di governo che la Costituzione gli riconosce; l’approvazione di una legge costituzionale che assicuri i diritti sociali attraverso la destinazione di un terzo delle entrate fiscali spendibile per la vera applicazione di alcuni fondamentali articoli della Costituzione (come, per esempio, gli artt. 4 – 9 – 32 – 38…); la difesa e la inalienabilità dei cosiddetti “nuovi beni comuni” per la tutela delle generazioni venture; la piena attuazione dell’art. 49…; il far obbligo al Parlamento di deliberare su proposte di legge di iniziativa popolare, sottoscritte da almeno 50.000 firme entro un anno dalla loro presentazione; il ricorso diretto alla Corte costituzionale sulla legittimità di una legge; l’istituzione di un referendum preventivo alla ratifica dei trattati, soprattutto di quelli della UE, che intervengono direttamente sulle fonti dell’ordinamento giuridico italiano, snaturandole o modificandole (come per esempio la partecipazione ai conflitti armati, definiti “guerre umanitarie”..;); la modifica dell’art. 67 che cambi radicalmente la concezione dell’ assoluta libertà del mandato parlamentare.

Ma altro c’è da proporre e da far condividere in virtù di un lavoro capillare e paziente fra la gente, in mezzo alla società civile. Questo è il nostro impegno; questa è la nostra scommessa culturale e civile.☺

 

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