Riflessioni in… silenzio
23 Marzo 2021
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Riflessioni in… silenzio

Era febbraio scorso quando Diodato vinceva a Sanremo con “Fai rumore”, per poi ritrovarci dopo pochi giorni in un triste e irreale silenzio dovuto alla pandemia Covid-19.

A un anno di distanza decido di riprendere e rimettere mano a quanto già volevo pubblicare lo scorso marzo, finito poi nell’archivio del PC perché il numero della rivista non uscì per via del lockdown. Ritessere la trama è difficile, forse non ha neanche più senso, anche se lo spettro di un nuovo lockdown aleggia su di noi.

Cominciavo con una riflessione fatta ai miei figli che vivevano spaesati, seppur ancora sereni, quella nuova quotidianità. Paragonavo loro la pandemia in corso alla lotta contro un nemico invisibile – chiusi nelle nostre comode case, in calde pantofole, su un comodo divano, spesso davanti ad uno schermo, cellulare, PC o TV -, alla guerra reale che i nostri avi combatterono in ben altre trincee e in altri rifugi cercando di resistere ad un nemico fisico, oltre che ideologico, e al bisogno di una libertà reale, non fatta di semplici aperitivi.

Sempre in quei giorni girai via chat un video a un’amica. Il video era su Campobasso, la nostra città, che come tantissime altre del mondo stava vivendo il lockdown, e metteva in risalto il silenzio della città pandemica al caos festoso della stessa durante la giornata del Corpus Domini per l’uscita dei “Misteri”. Era semplice e diretto, aveva colpito nel segno. Piaceva ad entrambi.

Oggi Febbraio 2021, ovvero nel I° anno d.c. (dopo coronavirus), poco è cambiato se non che è aumentata l’instabilità della nostra società. In questo arco di tempo ciò che ha tenuto in vita le nostre relazioni sociali, affettive e salvato il lavoro di molti è stato il digitale ed i cosiddetti social, anche se a farci compagnia è stato tutt’altro: il silenzio. Il silenzio delle piazze, dei mercati, delle strade. Il silenzio era ed è l’unica presenza fissa della nostra nuova quotidianità. In passato poteva capitarmi di cercarlo anche solo per uscire da una giornata no, come senso di pace. Durante il lockdown invece lo trovavo ad attendermi ogni volta che uscivo di casa per andare al lavoro o accompagnare la mia cagnetta nella sua sgambata quotidiana. Era lì che mi circondava e mi cullava in un assordante piacere.

“L’uomo in silenzio è più bello da ascoltare”, dice un proverbio giapponese. Passeggiando approfittavo per respirare a pieni polmoni l’aria frizzante e piena di vita di quella primavera atipica, ma anche quel silenzio che nel frattempo diventava sempre più naturale e palliativo per le tristi immagini che trasmettevano le tv, e pensavo a quante volte l’ho trovato in modo irreale nel lavoro che faccio. Capitava di incontrare altre persone, sempre meno in verità, e se la paura di incontrare l’untore nel prossimo si era ormai profusa in noi, c’era anche il desiderio di restare “umani” e cercare un minimo di contatto seppur a distanza: un sorriso, un “buongiorno”, un “come va?”. Cose impensabili fino a poche settimane prima, ora desiderate e liberatorie. Passeggiavo, riflettevo e sorridevo.

Poi abbiamo dovuto far ripartire la vita e l’ economia e… se oggi non ti investono per strada è un miracolo! Quel silenzio irreale in cui eravamo stati catapultati mi ha permesso di sentire meglio la voce della natura in città riprendersi i suoi spazi. Ogni giorno che passava il canto degli uccelli era più nitido, non più soffocato dal rumore delle auto o altre attività umane. Sembrava come se qualcuno avesse aumentato i decibel della natura e abbassato quelli umani.

Se molti hanno notato il silenzio che ci circondava, pochi lo hanno ascoltato perché è una lingua difficile da imparare. Una sera, poi, fece irruzione nell’animo di milioni di persone con il Papa, solo in una piazza reale e virtuale tanto grande quanto silenziosa, che urlò ai nostri cuori parole semplici “Ci credevamo onnipotenti e ci siamo scoperti fragili”. Parole che siamo stati capaci di disattendere.

Anche Kagge nel suo libro Il silenzio, nel riportare le sue esperienze e i tanti diversi silenzi incontrati, esprime questo pensiero: “mentre prima eravamo abituati a godere della vita a grandi bocconi ora stiamo imparando a dare valore ai veri piaceri, a piccoli bocconi”. Forse, aggiungo io, pensando alla nostra quotidianità. Fin quando è possibile, fermiamoci seriamente a riflettere assieme sul vero significato della vita e dell’ambiente naturale in cui viviamo, perché da tanto tempo lo stiamo torturando in un assordante silenzio assenso.

Ho cercato di riepilogare i sentimenti vissuti in quest’anno, un anno in cui poco è cambiato e dove il silenzio grembo della Parola, l’ascolto di Dio in un mondo sommerso, fa spazio alla paura e alla nostra supponenza del rispetto della vita.

“Perché molti preferiscono urlare anziché parlare? Per farsi sentire, o forse perché nessuno li ascolta. O perché magari non vogliono ascoltare. Probabilmente perché loro stessi non si sentono, in tutti i sensi” ( A. Caprotti, Avvenire – settembre 2020).

 

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