Rimettere il debito
2 Gennaio 2014
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Rimettere il debito

Il problema è che sta diventando sempre più evidente che se continuiamo su questa linea ancora a lungo, probabilmente distruggeremo tutto. La gigantesca macchina del debito sembrerebbe essere arrivata al suo limite sociale ed ecologico. L’inveterata propensione del capitalismo a immaginare la sua fine si è trasformata, nell’ultimo mezzo secolo, in scenari che minacciano di distruggere il pianeta. C’è da tempo bisogno di un Giubileo del debito in stile biblico che riguarda tanto i debiti internazionali quanto quelli dei consumatori. È salutare non solo perché risparmierebbe molte sofferenze, ma anche perché sarebbe il nostro modo per ricordarci che la moneta non è ineffabile, e ripagare i propri debiti non è l’essenza della moralità, che tutte queste cose sono convenzioni umane, e giorno dopo giorno siamo sempre più indebitati: diventiamo debitori nei confronti dello Stato, delle assicurazioni private, delle imprese… e per onorare i nostri debiti siamo sempre più costretti a farci imprenditori delle nostre vite, del nostro capitale umano. Il nostro orizzonte materiale ed esistenziale viene così del tutto stravolto e il nostro futuro preso in ostaggio.

Il debito, sia privato che pubblico, è la chiave di volta attraverso la quale leggere il progetto di un’economia fondata sul paradigma neoliberista. Il debito è innanzitutto un dispositivo politico e la relazione creditore/debitore è il rapporto sociale fondamentale che sta alla base delle società contemporanee. Perché il debito non è solo un meccanismo economico, è soprattutto una tecnologia di governo e di controllo delle soggettività individuali e collettive. Dobbiamo rimettere in discussione il sistema del debito! Se la democrazia vuol dire qualcosa, che sia la capacità di mettersi d’accordo per cambiare le cose. Cosa diventa l’uomo indebitato nella crisi? Qual è la sua principale attività? La risposta è molto semplice: paga. Deve espiare la propria colpa, il debito, pagando sempre nuove tasse, e non solo. La crisi finanziaria, trasformata in crisi dei debiti sovrani, impone nuove modalità di governo e nuove figure soggettive tanto sul fronte dei governanti (governi tecnici) che su quello dei governati (l’uomo indebitato).

Chi governa l’economia del debito e con quali mezzi? Come cambiano le tecniche di controllo della popolazione? Cosa diventa la democrazia quando è regolarmente sospesa per permettere l’applicazione di direttive che provengono da istanze economiche e politiche sovranazionali? Ciò a cui mira il governo del debito non è uno Stato minimo, ma uno Stato liberato dalla pressione delle rivendicazioni sociali e dalla minaccia dell’allargamento dei diritti, per portare a termine l’enorme trasferimento di ricchezza dal settore pubblico a quello privato, avviato dal neoliberismo negli anni Settanta. La spesa pubblica per gli interessi sul debito rende possibile un enorme trasferimento di ricchezza verso banche e fondi di investimento, a scapito dei redditi da lavoro. Ma l’indebitamento dei governi è anche un’arma per accelerare la messa in pratica di misure di privatizzazione e precarizzazione tipiche del capitalismo liberalizzato, finanziarizzato e globalizzato. Un documento del Fmi del novembre 2010 lo dice chiaramente: “le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno fallito”. I terribili colpi inferti a lavoratori e a governi in Grecia e in Portogallo confermano che questo avvertimento va preso sul serio. La crisi del debito degli Stati nasconde in modo sempre meno efficace una profonda crisi bancaria.

I governi che non hanno tassato patrimoni e capitali e che non hanno contrastato l’evasione verso i paradisi fiscali, si ritrovano oggi pesantemente indebitati nei confronti dei fondi di investimento stranieri, ma soprattutto nei confronti delle banche europee. Queste ultime hanno bilanci fragili. Hanno creato troppo credito rispetto ai depositi e ai fondi propri. Nell’autunno del 2008 sono state salvate e oggi tornano a chiederlo una seconda volta. A fronte di questo, le politiche di rigore di bilancio e di riduzione dei salari richieste da Unione europea, Bce e Fmi hanno fatto affondare l’Europa nella recessione. Occorre dunque porre contestualmente due problemi: l’annullamento del debito pubblico e la trasformazione del sistema bancario, così da ripristinare un controllo sulla creazione di credito in funzione di priorità sociali ed ambientali.

Papa Francesco avanza un’analisi economica, criticando le teorie della ricaduta favorevole, per cui la crescita economica, favorita dal libero mercato produrrebbe di per se stessa una maggiore equità e inclusione sociale. Un’opinione “che non è mai stata confermata dai fatti e che esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. Nel frattempo gli esclusi continuano ad aspettare. ☺

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