Ripensare la scuola
11 Maggio 2022
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Ripensare la scuola

L’obiettivo è arrivare entro il 2024 a 70mila immissioni in ruolo. Ambizioso? Per il Ministro Patrizio Bianchi no. Anche lui, bontà sua, sarà ricordato per aver modificato ancora una volta (la sesta in vent’anni) il sistema di reclutamento dei docenti. Il via libera al nuovo percorso per arrivare a insegnare in una scuola secondaria è stato approvato con il Decreto PNRR 2: serviranno almeno sessanta crediti formativi universitari (oltre a quelli della laurea), un periodo di tirocinio con prova finale, poi il concorso “annuale” (al quale potranno accedere anche i precari che abbiano svolto servizio presso le istituzioni scolastiche statali per almeno tre anni scolastici, anche non continuativi, negli ultimi cinque anni) e infine un altro periodo di prova.

Cambia anche la formazione continua. E i sindacati hanno già bocciato, in blocco, il nuovo impianto. Ma proviamo a guardarlo più da vicino. Intanto sono previsti due percorsi separati per quanto concerne la riforma del reclutamento: uno incentrato sulla formazione iniziale che interessa principalmente i neolaureati, e uno dedicato ai precari con tre anni di servizio.

Il percorso di formazione abilitante si potrà svolgere dopo la laurea oppure durante il percorso formativo in aggiunta ai crediti necessari per il conseguimento del proprio titolo, al termine del quale è previsto anche un periodo di tirocinio nelle scuole. Nella prova finale è compresa una lezione simulata, per testare, oltre alla conoscenza dei contenuti disciplinari, la capacità di insegnamento.

L’abilitazione consentirà l’accesso ai concorsi, che – come si accennava – avranno cadenza annuale per la copertura delle cattedre vacanti e per velocizzare l’immissione in ruolo di chi vuole insegnare. I vincitori del concorso saranno assunti con un periodo di prova di un anno, che si concluderà con una valutazione tesa ad accertare anche le competenze didattiche acquisite dal docente. In caso di esito positivo, ci sarà l’immissione in ruolo.

Circa, invece, la formazione in servizio dei docenti, essa diventa continua e strutturata in modo da favorire l’innovazione dei modelli didattici, anche alla luce dell’ esperienza maturata durante l’emergenza sanitaria e in linea con gli obiettivi di sviluppo di una didattica innovativa previsti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La formazione sulle competenze digitali e sull’uso critico e responsabile degli strumenti digitali sarà parte della formazione già obbligatoria per tutti e si svolgerà nell’ambito dell’orario lavorativo.

Verrà poi introdotto un sistema di aggiornamento e formazione con una pianificazione su base triennale che consentirà agli insegnanti di acquisire conoscenze e competenze per progettare la didattica con strumenti e metodi innovativi. Questa formazione sarà svolta in orario diverso da quello di lavoro e potrà essere retribuita dalle scuole se comporterà un ampliamento dell’offerta formativa. I percorsi svolti saranno anche valutati con la possibilità di accedere, in caso di esito positivo, a un incentivo salariale, uno dei punti più controversi del decreto e più contestati dai sindacati.

I percorsi di formazione continua, infine, saranno definiti dalla Scuola di alta formazione che viene istituita con la riforma e si occuperà non solo di adottare specifiche linee di indirizzo in materia, ma anche di accreditare e verificare le strutture che dovranno erogare i corsi, per garantirne la massima qualità. “Il giudizio non può che essere molto negativo” secondo il segretario generale UIL Pino Turi. “Un provvedimento ‘insalata’ quello licenziato dal Cdm che ha una sua doppiezza. Parte con l’intento di disciplinare il reclutamento, che è materia riservata alla legge, e finisce con l’invadere pesantemente l’ambito della contrattazione che è una invasione inaccettabile della legge sulle materie contrattuali”.

Il nuovo sistema, d’altronde, non piace per nulla neanche alla segretaria della CISL Scuola, Ivana Barbacci, che contesta in primis le modalità di approvazione di questa riforma: “Si fa fatica a comprendere, e figuriamoci a condividerle, le ragioni che hanno indotto il governo a varare un provvedimento che tocca temi di importanza fondamentale per la scuola senza il minimo confronto con le forze sociali e nemmeno con le forze politiche e parlamentari che sostengono l’attuale esecutivo”.

Mentre Francesco Sinopoli, segretario nazionale della FLC CGIL, punta soprattutto sui precari: ”Questo nuovo sistema non offre nulla ai precari; la qualità dei percorsi lascia molto a desiderare. Noi non staremo a guardare. Se il Parlamento non interverrà siamo pronti a scendere in piazza”.

Perplesso anche il numero uno dell’ Associazione Nazionale Presidi,  Antonello Giannelli: “Ancora una volta si è pensato a un reclutamento basato solo sulle conoscenze dei candidati e non sulla loro  attitudine all’insegnamento. Così continueremo ad assumere persone che spesso non sono portate a fare questo mestiere”.

Al di là e al di sopra di tutto ciò che si agita intorno al nuovo sistema di reclutamento, sul quale molto si dirà nelle prossime settimane, mi piace concludere con una mesta riflessione. Mi sembra che, ancora una volta, ci si dimentichi dell’essenziale: e cioè che il lavoro dei docenti va valorizzato davvero, e che la dignità di chi svolge questo mestiere passa anche da una retribuzione economica rispettabile, non ridicola. Agganciare un sedicente aumento stipendiale ad una formazione, volontaria o meno che sia, è mortificante. Partiamo, ad esempio, da una quantificazione chiara dell’orario di lavoro e da una lotta al lavoro sommerso: se faccio il coordinatore, e il compenso forfettario è di tot euro, e se nei mesi ho accumulato un carico orario di tutto rispetto, perché una mia singola ora di lavoro (qualificato, impegnativo, preciso) deve ad esempio valere – al termine dell’anno scolastico – 5 euro? Perché può, ancora oggi, essere così scontato umiliare il lavoro di un insegnante in questa maniera? Butterei anche questo sul tavolo. C’è da ripensare anche questo. La scuola va ripensata in blocco, in toto, a partire dalla ricostruzione di un ruolo e di un prestigio sociale che, purtroppo, nessun illuminato ministro – negli ultimi decenni – è mai riuscito a ripristinare con una proposta valida.☺

 

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