Rischio totalitarismi
30 Aprile 2017
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Rischio totalitarismi

In Olanda si vota a marzo. È altamente probabile la vittoria del partito della libertà di Wilders, un partito che sostiene l’uscita dall’Unione Europea e che fa della espulsione degli immigrati il cuore della sua campagna elettorale. Ad aprile e maggio si vota in Francia. Se le cose dovessero andar bene potrebbe vincere Fillon, il candidato della destra, il quale sterilizza la presidente del Fronte Nazionale Le Pen assorbendo parte importante delle pulsioni della estrema destra francese. In settembre si vota in Germania e, tra il giugno 2017 e la primavera del 2018, si voterà in Italia. In questi due paesi la situazione è molto confusa, si potrebbero avere risultati elettorali che aprono a due prospettive molto diverse: o l’impossibilità di avere una maggioranza parlamentare e quindi un governo, od anche – in Germania – una riedizione dell’accordo fra SPD e DC, e in Italia un’intesa fra Renzi e Berlusconi; in questo secondo caso in Germania, come in Italia, l’assalto al cielo dei movimenti populisti e di destra sarebbe solo rinviato di un turno. Comunque la si giri la situazione europea è fortemente compromessa. Se a questo quadro in sé sconfortante dovessimo aggiungere il 47% alle ultime elezioni della estrema destra in Austria, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e i governi di destra estrema in quasi tutti i paesi dell’est europeo, allora forte sarebbe la sensazione che l’Europa ancora una volta, come agli inizi del secolo passato, stia perdendo il “ben dell’intelletto”. Tutto questo mentre negli Stati Uniti non solo non c’è Roosvelt, che fu decisivo insieme a Stalin per scuotere l’Europa dal sonno della ragione, non solo è tramontato l’astro di Obama, ma è arrivato Donald Trump, il quale è in perfetta sintonia con il peggio che gira nelle strade europee. Sulle ragioni di questa situazione abbiamo più volte ragionato e sin troppe volte ho scritto. Vorrei in queste poche righe affrontare un aspetto spesso trascurato.
Questi i numeri della bilancia dei pagamenti della Germania e dell’Italia in questi ultimi venti anni: prima dell’euro, Germania meno 126 e Italia più 53; dopo l’euro, Germania più 1791 e Italia meno 388. Il tasso d’interesse sui titoli di Stato tedesco, che nel 1997 era intorno al 6%, ormai da diversi anni è ad un valore vicino allo zero se non negativo. Questo ha permesso alla Germania una ristrutturazione praticamente gratuita del suo debito. Insomma la Germania durante gli anni che sono seguiti all’adozione dell’euro non solo non ha subìto la crisi, ma nella crisi si è rafforzata sia nel commercio internazionale, sia nel debito pubblico. Inoltre la Germania ha lucrato anche nel campo economico, infatti la crisi finanziaria ed economica dei paesi vicini ha permesso ai tedeschi di fare un ricco shopping di imprese italiane ed europee a prezzi scontati. È, quindi, naturale chiedersi le ragioni di questa situazione: perché due parabole – quella italiana e quella tedesca – così diverse? Sicuramente la Germania ha utilizzato con arroganza la sua forza e la sua rete di alleanze europee per imporre il suo credo e la sua austerità, ma, se vogliamo essere seri, dobbiamo ammettere che questo è solo l’ultimo capitolo di una lunga storia.
Il fallimento italiano è in primo luogo roba nostra, nasce entro le nostre mura domestiche, è il prodotto di una classe dirigente miserevole. E per classe dirigente, diversamente dalla musichetta dei populisti nostrani, dobbiamo intendere non solo il mondo politico nazionale e locale, ma quanti hanno gestito e gestiscono il potere reale, le economie e le finanze del nostro paese. Imprenditori, tecnocrati, alti professionisti, intellettuali influenti, professori universitari, tutti hanno trafficato, tutti hanno curato i loro interessi particolarissimi come e più dei politici. In Germania il sistema economico-imprenditoriale, sostenuto dalle istituzioni, ha lavorato sia per innovare sia per organizzare aziende e servizi in modo da competere nel mercato globale. A casa nostra i rappresentanti delle diverse caste hanno curato, spesso illegalmente, l’orticello delle proprie famiglie. Esiste un’altra Italia, operosa, produttiva e creativa, è un’Italia che in grandissima parte si trova nel centro-nord, infatti non è certo un caso che l’Italia sia ancora il secondo paese manifatturiero del continente europeo. Ma questo pezzo d’Italia non si è voluto inventare classe dirigente nazionale, non è riuscito a superare il nanismo delle imprese, né la frammentazione e il corporativismo del nostro sistema economico e sociale. Negli anni ‘70 con i distretti industriali il nostro mondo produttivo uscì dalla crisi economica facendo un grande balzo in avanti, questo oggi è accaduto per i tedeschi, ma non per la parte migliore della nostra economia.
Sempre negli anni ‘70 il sistema politico aveva già i segni della decadenza, ma la classe di governo aveva ancora in testa una strategia per il paese e il PCI era molto più di un semplice partito di opposizione, governava. e bene. importanti regioni e città del paese, condizionava positivamente le stesse scelte del governo nazionale. Da diversi anni siamo all’8 settembre della Politica, la nave affonda e con l’impudicizia tipica delle epoche decadenti, i nuovi masanielli di destra, di centro e di sinistra cercano di arraffare gli ultimi pezzi dell’argenteria, cercano di raccattare voti dicendo tutto e il contrario di tutto.
Renzi e Grillo sono i più efficaci rappresentanti di questa nuova arte della Politica. Il primo, smentendo se stesso, senza alcun pudore è lì che scalpita per la prossima corsa; il secondo nel solco della migliore tradizione dei gattopardi italiani ne inventa ogni giorno una per poi dire che nulla è cambiato. Tutti e due sono i migliori eredi di quel “nuovismo” inventato da Occhetto alla fine degli anni ‘80, quando sciolse il Partito Comunista Italiano. Quel “nuovismo” che, al di là delle intenzioni del suo inventore, si è trasformato in una ideologia senza storia e cultura politica, ha ispirato partiti ridotti a un capo e a tanti cortigiani, ha spogliato le comunità politiche da ogni protagonismo razionale, consiglia al popolo di votare con la pancia e non con la testa. Che questo nuovo andazzo della politica possa aiutare a ricostruire una classe dirigente e a tirare fuori l’Italia dalla crisi economica, sociale e morale è un’illusione priva di qualsiasi fondamento, che questo stato di cose possa portare a qualche nuova forma di totalitarismo è nell’ordine delle cose possibili.
Da questa critica situazione non si esce con scorciatoie o con qualche colpo di teatro, serve un tenace e creativo lavoro su almeno due sponde. Da una parte: rifondare un pensiero e una teoria politica. Dall’altra: alimentare la partecipazione dei cittadini nel territorio, sperimentare una nuova e sostenibile economia, dare concretezza al diritto all’eguaglianza e al principio di responsabilità. Il difficile è poi collegare in una dialettica creativa le due sponde del fiume, il difficile è affermare nella vita d’ogni giorno comportamenti esemplari e virtuosi. Infine servirebbe il miracolo del protagonismo di una nuova generazione nella vita politica, dice Mario Tronti che è persona molto seria: “posso leggere e forse capire il novecento, ma ho troppi anni per comprendere questo nuovo secolo”. Una grande lezione di umiltà e saggezza.

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