Rivestirsi di gioia
16 novembre 2018
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Rivestirsi di gioia

È già capitato di nominare nei precedenti articoli un’opera molto antica, intitolata Il Pastore. Si tratta di un testo molto lungo, scritto da un certo Erma, un cristiano di Roma del II secolo, fratello di Pio, che fu papa dal 140 al 155 (anche se per quel tempo il titolo è anacronistico). La notizia ci viene dal cosiddetto frammento di Muratori (dal nome dello studioso che lo scoprì nel ‘700). È un’opera particolare: si presenta come un’apocalisse perché ci sono delle visioni iniziali, ma l’interesse primario del libro è dare un insegnamento fortemente etico ai membri della comunità di Roma del suo tempo. Il libro ha avuto, nonostante la sua mole, molto successo, a tal punto che molti lo hanno considerato libro ispirato, come parte del Nuovo Testamento: lo si trova infatti in uno dei codici più importanti della bibbia, il Sinaitico (del IV secolo) insieme alla lettera di Barnaba, subito dopo l’Apocalisse. Anche Atanasio lo proponeva insieme alla Didaché come testo spiritualmente utile (al pari di alcuni libri dell’Antico Testamento entrati a far parte poi della bibbia, come la Sapienza o il Siracide), anche se non lo riconosceva come libro biblico.

Probabilmente la sua lunghezza e prolissità sono state all’origine della sua poca fortuna, pur avendo avuto un grande successo editoriale all’inizio, ed oggi si conservano pochi testimoni manoscritti. Il successo era dovuto ovviamente alle idee che conteneva, riguardanti soprattutto la forte impronta ecclesiologica e la riflessione sulla possibilità di ricevere il perdono dei peccati dopo il battesimo, anche se si fossero commesse colpe molto gravi, come l’omicidio, l’adulterio e l’abbandono della fede. Ovviamente questo era possibile una sola volta, dopo lunga penitenza: è la prassi penitenziale che si è affermata nel cristianesimo fino a quando non si è diffusa la pratica della confessione frequente. Il Pastore, in tal senso, era più possibilista nel riammettere chi abbandonava la fede durante le persecuzioni, rispetto alla Lettera agli Ebrei che, proprio per questo motivo, a fatica è entrata nella bibbia, soprattutto nell’Occidente latino: nel periodo in cui si discuteva se riammettere chi aveva abbandonato la fede a causa delle persecuzioni, questi due libri rappresentavano le tesi opposte; fu l’impegno di uomini come san Cipriano, vescovo di Cartagine, a far prevalere la tesi della necessità di perdonare chi aveva sbagliato e quindi di riammetterlo nella comunità. Il Pastore suscitava quindi le simpatie proprio di coloro che predicavano il perdono per chi aveva sbagliato e che alla fine vinsero. Perché allora Il Pastore è uscito fuori dalla bibbia mentre vi è entrata la Lettera agli Ebrei? Il frammento di Muratori ci dà la spiegazione più convincente: mentre quest’ultima era tramandata con il nome di Paolo, Il Pastore non apparteneva all’epoca degli apostoli, ma all’epoca seguente, quando si riteneva ormai che fosse cessato il carisma dell’ispirazione.

Il libro è diviso in tre parti: all’inizio cinque visioni (nella quinta compare per la prima volta un Pastore, che è in realtà un angelo e che dà il titolo all’ opera), seguono dodici precetti e dieci similitudini: è questa la forma originale del testo che dai moderni è stato diviso invece in 114 capitoli. Ci sono diversi insegnamenti soprattutto di carattere morale, come l’invito continuo a vivere in modo sobrio, staccato dal mondo circostante, rivolti all’attesa del ritorno del Signore Gesù: Il Pastore rientra pienamente nel modo di pensare dei primi cristiani che si sentivano o avrebbero dovuto sentirsi diversi dagli altri e vigilanti nell’attesa della fine dei tempi. È difficile descrivere ulteriormente il contenuto; segnalo come esempio appena due cose: innanzitutto l’immagine della chiesa vista come una torre (terza visione); essa è fatta di pietre belle ma anche alcune non ben tagliate oppure consumate: significa che la chiesa è fatta di santi e peccatori, non è un club esclusivo dei perfetti, come invece volevano alcuni gruppi gnostici e come rischiava di diventare anche la chiesa, se accettava la tesi dei rigoristi che non volevano riammettere i peccatori.

Il secondo esempio è il decimo precetto: allontanare la tristezza e rivestirsi di gioia; il cristiano è tutt’altro che triste, è chiamato a vivere la gioia che deriva dall’aver sperimentato la salvezza e l’amore di Dio: “Rivestiti di gioia che è sempre gradita a Dio. Ogni uomo allegro fa azioni buone, pensa cose buone e disprezza la tristezza” (42,1). Non è un caso, forse, che sia stato il fratello di un papa a scrivere cose che duemila anni dopo sono tornate ad essere magistero: una chiesa dalle porte aperte, che non rifiuta anche chi sbaglia e che ha come caratteristica la gioia come l’effetto più evidente dell’accoglienza del vangelo. È un antico insegnamento, ma sempre buono e attuale come antidoto a chi vorrebbe una chiesa triste e con le porte chiuse.☺

 

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