Rompere il silenzio
26 Gennaio 2018
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Rompere il silenzio

Chi è la “persona dell’anno”, scelta, per questo 2017 che si è da poco concluso, dalla prestigiosa rivista statunitense “Time”? Non un politico, un inventore o uno scienziato, che, nel bene o nel male, abbia avuto grande influenza nell’anno appena trascorso, ma The Silence Breakers, un gruppo di donne che nel 2017 hanno avuto il coraggio di rompere il silenzio sugli abusi sessuali. In copertina figurano così cinque ritratti di altrettante donne, con vite, aspirazioni, possibilità completamente diverse, che si sono ritrovate insieme, nella “battaglia dell’anno”, a ricordare pubblicamente le propria tragica esperienza personale.

Anche in Italia, lo scorso 25 novembre, alcune delle 1.300 donne provenienti da tutta Italia, vittime di violenza, alle quali la terza carica dello Stato, Laura Boldrini, ha aperto la Camera dei Deputati, hanno accettato di mostrarsi per la prima volta. Per raccontare le loro terribili esperienze, ma soprattutto per unirsi, con coraggio, in una battaglia che può essere combattuta solo insieme. “Agli uomini è richiesto di fare un salto in avanti, di uscire da una cultura che ha ridotto per millenni la donna a una proprietà. Bisogna educare i bambini e le bambine alla parità di genere”, ha insistito la Boldrini nel suo intervento. E ha lanciato un appello a tutte: “Dovete denunciare, perché il silenzio divide, isola, uccide: è la parola a salvare, perciò voglio dare oggi la parola a voi, che il silenzio lo avete rifiutato e avete parlato. Siamo il 51%, non una minoranza sparuta ed esigua: sappiamo parlare e dobbiamo farlo. E il Paese non può ignorarci più”.

Il 25 novembre è la data scelta nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affinché tutta l’umanità si unisca per l’eliminazione della violenza contro le donne. Purtroppo in questi 18 anni il fenomeno, anziché attenuarsi, si è ingigantito. E non solo nelle nazioni devastate dalla guerra o nei Paesi in cui le donne sono costrette nel burqa, lapidate per adulterio, date in spose ancora bambine, ma anche in Italia. Sul territorio nazionale, nei primi 10 mesi del 2017, sono stati 114 i femminicidi, di cui 31 avvenuti in ambito familiare. Lo rivela il quarto rapporto di Eures sui femminicidi in Italia, diffuso proprio in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E la cronaca continua a restituire quotidianamente nuove terribili storie e nuovi motivi per inorridire. Come il gesto raccapricciante di Matteo Salvini, che, lo scorso 22 luglio, durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona, ha mostrato dal palco una bambola gonfiabile definendola “la sosia di Laura Boldrini”. Che cosa ha in comune questa squallida vicenda con quelle di cronaca nera? La banalizzazione della violenza sulle donne e una cultura sessista diffusa. Perché, se un uomo politico può usare quel linguaggio impunemente, come si può spiegare ai più giovani che le donne non sono oggetti di consumo e meritano rispetto? E come si può dimenticare che fino a ieri, più precisamente fino al 1981, il femminicidio in Italia era addirittura salvaguardato? Il nostro ordinamento giuridico prevedeva infatti pene scontate per un uomo che uccideva in un impeto d’ira la moglie, la figlia o la sorella, al fine di salvaguardare l’onore della propria famiglia: era un “delitto riparatore”.

Per cambiare questa cultura maschilista millenaria sarebbe importante che l’energia che in questi ultimi mesi si è liberata nelle piazze, nei mass media, in internet, non si disperda, e che, prendendo spunto dall’iniziativa del settimanale più letto nel mondo, lo slogan per il 2018 sia “rompere il silenzio”. Per rendere giustizia alle donne maltrattate e uccise, ma anche a quelle che iniziano ora il loro percorso fuori dal silenzio, ribellandosi a una società sessista e liberandosi dalla paura di essere molestate, violentate, ammazzate, è forte la tentazione di riportare, quale frammento di saggezza, quelle parole che stanno spopolando sui social negli ultimi tempi: “Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subìto, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tarpato, per tutto questo: in piedi, Signori, davanti a una Donna!” Peccato che siano state erroneamente attribuite a Shakespeare e che il vero autore resti anonimo. Torna in mente tuttavia un’altra battuta, autenticamente shakespeariana, che sembra adattarsi particolarmente al nostro caso: tratta dalla commedia Come vi piace, è pronunciata dal personaggio di Rosalinda (atto III, scena I): “Non sai che sono donna? Quando penso, devo parlare”.☺

 

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