Sartre e frattura
5 Maggio 2015
0 comments
Share

Sartre e frattura

Sono passati ormai oltre quindici anni dalle giornate primaverili in cui mi aggiravo per i vicoli di Bologna cercando un angolo assolato dove leggere in santa pace La Nausea di Sartre, libro che inconsapevolmente mi ha cambiato molto più di quanto ne avessi capito  il senso. All’epoca per me la nausea non era certo l’oppressione dell’esistenza che si svela, era il libro di diritto civile e qualche film che mi aveva disgustato. Eppure, due passaggi mi erano stati fin da subito chiarissimi. La consapevolezza che la libertà delle nostre scelte implica una responsabilità nei confronti  di tutti gli altri uomini e la bruciante presa di coscienza che l’uomo può ragionare di sé solo al passato. Non a caso, il protagonista del libro intravedeva la salvezza nella scrittura di un libro sulla sua esistenza. Come a dire, non siamo altro che le azioni che abbiamo compiuto e tali azioni non possono che estrinsecarsi nell’adoperarsi per rendere questo mondo migliore, perché libertà non è fancazzismo bensì  assunzione di responsabilità.

A pensarci oggi, queste parole mi appaiono profetiche, ora che quell’ oppressione dell’esistenza ha assunto tutto un altro significato ed i margini di scelta sembrano apparentemente ristretti. Infatti, da adulta le responsabilità ed i legami sono più forti, quasi come rocce che ti ancorano alla terra, alla casa, ai figli. Eppure solo adesso, in un angolo che non è poi così assolato, sento più forte la necessità di adoperarmi per contribuire a rendere questo posto migliore. A cominciare dalla mia casa, poi il mio quartiere, la mia città, la mia regione.

In fondo è questo il senso profondo della mia battaglia per i diritti delle persone con disabilità. E la Nausea, quella sensazione di vertigine disgustosa, mi assale quando vedo quali sono le azioni NON compiute da quelli che invece avrebbero il potere ed il dovere morale di attuare. A cominciare da Monsieur Frattura, che si dimentica di aver dettato delle precise direttive in campagna elettorale in materia di politiche sulla disabilità e che ora guarda immobile l’autodistruzione della sanità molisana, in compagnia dei suoi predecessori politici che piangono il morto. L’amministrazione comunale di Termoli, che accende luci blu per ricordarci della giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, ed assiste immobile allo smantellamento/ristrutturazione (chissà?) del presidio riabilitativo termolese ex Centri di Riabilitazione Padre PIO, perché tanto, – ho sentito più volte dire – “è un fatto tra privati”. Siamo cittadini quando votiamo e privati quando subiamo.

Se è vero che un uomo altro non è che la somma delle azioni compiute, cosa dire dei piani per l’abbattimento delle barriere architettoniche che non vengono attuati, dell’assenza di una legge regionale sui servizi sociali che recepisca la 328/2000, dei ritardi nei pagamenti per i contributi ai disabili verificatisi a gennaio e febbraio presso il comune di Termoli, della mancata attuazione – sempre nel Comune di Termoli – della consulta sulle disabilità? Quali interessi superiori giustificano quest’inerzia? Mancanza di risorse? Se io ho un figlio che ha fame ed ho un euro in tasca, lo spendo per comprargli qualcosa da mangiare oppure per portarlo alle giostre?

Questa regione ha bisogno di scelte coraggiose e di assunzioni di responsabilità. Ha bisogno di una progettualità politica che abbracci finalmente le esigenze dei cittadini, specie dei più deboli. Non abbiamo bisogno di luci blu accese, abbiamo bisogno che gli amministratori siano quella luce. ☺

 

eoc

eoc