Schiuma della terra
8 Settembre 2019
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Schiuma della terra

Malgrado il consenso che sembra rivestirla, la democrazia, oggi, è un concetto molto problematico, dibattuto, contestato. Sembra che ad ogni tornata elettorale debba essere riformulata, rifondata. I suoi contorni appaiono fluidi, l’essenza sfuggente, il fondamento debole, le sue istituzioni poco funzionali, ecc.; sembra quasi di vivere in un “paradosso democratico”. Oltre il richiamo mitico all’agorà greca la democrazia si è nutrita e consolidata attraverso diverse forme di pensiero filosofico e sociale, costituendosi in forme istituzionali differenziate. C’è, quindi, una tensione iscritta nel cuore della democrazia che si ripercuote nelle istituzioni, o parti in cui si struttura, e nelle dinamiche dei corpi sociali, politici che la compongono. Una questione che più violentemente la scuote é quella della frontiera, da sempre, ma oggi soprattutto, per come la fa emergere il fenomeno della emigrazione. Oltre a vere guerre presenti in tutti i continenti, con intensità diverse, e molte dentro gli stessi stati, si può dire che la frontiera sia, oggi, il luogo stesso del paradosso: per un verso delimita il territorio in cui si esercita la sovranità democratica, per altro verso separa i cittadini, membri della comunità, dagli stranieri che tentano di entrare. Per un verso protegge il popolo (dèmos) e il suo potere, per altro verso discrimina ed esclude, violando ogni principio di uguaglianza. La frontiera è la “condizione assolutamente non democratica” della democrazia fondata sui diritti umani riconosciuti e sottoscritti. Linea di spartizione che contribuisce a costituire il corpo politico sembra essere la condizione necessaria e non meno inquietante della sovranità democratica che né di fronte a se stessa, né di fronte agli esclusi, è in grado di giustificare il gesto discriminatorio della chiusura.

C’è poi la situazione di fatto che, nello sviluppo migratorio di massa dell’inizio millennio, precede e pungola il diritto. I migranti che premono alla soglia invalicabile della frontiera, oltre al torto di essersi mossi, agli occhi dei cittadini hanno il torto imperdonabile di portare alla luce il paradosso democratico, il dilemma cioè tra rivendicazione di sovranità e riconoscimento dei diritti umani. Qualunque sia la forma della democrazia essa si infrange alla frontiera e si ritorce, come un’onda, contro se stessa. Infatti, già sperimentiamo che la deterritorializzazione della sovranità segna la crisi della politica nella sua versione statalista moderna. È avvenuto nella economia globalizzata come nella finanza sciolta da ogni vincolo che ormai soggioga la politica, e ne condiziona le decisioni.

Lo Stato-nazione, promotore della globalizzazione, ne viene irreparabilmente danneggiato perché perde il controllo sul territorio e sul corpo politico dei cittadini. Emerge con chiarezza che lo scenario, là fuori, oltre i confini della nazione, si va popolando di altri protagonisti, e cioè istituzioni internazionali, organismi sovranazionali, organizzazioni umanitarie, in un contesto di potere multiforme, scisso, spesso sfuggente, di rado condiviso.

La migrazione, nei modi in cui si manifesta nel nuovo millennio, è un fenomeno della modernità. Va quindi al di là dei protagonisti lo scontro tra il migrante e lo Stato. Si intuisce dunque che riflettere sulla migrazione significa anche ripensare lo Stato; il migrante lo smaschera: dal margine esterno ne interroga il fondamento, punta l’indice contro la discriminazione. A dettare legge è il principio di sovranità dello Stato che fa della nazione la norma e della migrazione la devianza e l’irregolarità. Questo principio si articola attorno alla grammatica del “possessivo”: del “noi” del “nostro”, del proprio e della proprietà, dell’appartenenza e dell’identità. La sovranità va di concerto con l’ostilità di fondo perché si esercita sul territorio, il “nostro paese” di cui i cittadini si sentono legittimi proprietari, autorizzati a concedere o negare o limitarne l’accesso agli stranieri, secondo quelle condizioni che possono sovranamente stabilire. Con il pretesto del realismo pragmatico e dell’impotenza politica, forte del campanilismo della proprietà, può gettare ombra sull’accoglienza letta nell’orizzonte di una minaccia, dove si spaccia lo straniero per un intruso, la sua venuta per un’invasione. Anche là dove qualche segno di tolleranza fosse offerto la “comunità sovrana” non potrebbe fare a meno di essere prioritariamente ostile. La xenofobia di Stato è servita? Può succedere.

Si vorrebbe aprire un piccolo percorso, su queste riflessioni ispirate dal recente studio Stranieri residenti. Una filosofia dell’emigrazione, di Donatella di Cesare. Il titolo viene da una sua citazione di Hanna Arendt, rifugiata e testimone di una tragedia in cui dà voce agli “apolidi”, ai senza patria, quando le migrazioni furono forzate dalla violenza e di massa: “Una volta lasciata la patria d’origine essi rimasero senza patria, una volta lasciato il loro Stato furono condannati all’apolidicità. Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono ad essere senza alcun diritto, la schiuma della terra”. (Le origini del totalitarismo, p.372). Ai cattolici di questi Stati respingenti, un Concilio, 50 anni fa, li invitava ad assumere la visione impegnativa della “unica famiglia umana” non con paura, ma in “gioia e speranza”, come nel titolo del documento (Gaudium et spes).☺

 

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