Scuotere la polvere
5 Luglio 2022
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Scuotere la polvere

Nelle istruzioni che Gesù dà ai discepoli su come comportarsi quando sono in missione per evangelizzare, c’è un gesto simbolico molto forte da compiere in caso di rifiuto: scuotere la polvere dalle proprie calzature e andare altrove. Questa istruzione è così importante che è riportata nei primi tre vangeli e in Luca addirittura due volte, in 9,5 e in 10,11 con queste parole: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. E, come una sorta di realizzazione, lo stesso Luca racconta negli Atti che Paolo e Barnaba compiono questo gesto profetico: “Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono ad Iconio” (13,51).

Cosa significa questo gesto? È come a dire: non vogliamo portare via nulla da voi se non vi interessa accogliere il vangelo; non siamo venuti per fare incetta dei vostri beni perché ce ne andiamo come siamo venuti. In questo soprattutto Paolo è molto chiaro e lo ripete più volte nelle sue lettere: “Noi annunciamo (il vangelo) non cercando di piacere agli uomini ma a Dio. Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia” (1 Ts 2,4-5). E, in modo ancora più chiaro: “Annunciare il vangelo non è per me un vanto ma una necessità: guai se non annunciassi il vangelo. Qual è la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il vangelo” (1 Cor 9,16-18). Il senso del gesto è questo: non usare il vangelo per scopo di lucro per cui se il vangelo non venisse accolto (e l’effetto primario sarebbe la condivisione) non ha senso neppure prendere qualcosa per sé. Anzi, Gesù dice ancora di più: è necessario lasciare il luogo che si chiude al vangelo e andare altrove per incontrare chi ha bisogno di sentire parole di speranza e di incoraggiamento, ed essere liberato dall’oppressione e dall’ingiustizia. Un atteggiamento totalmente diverso da quello che Gesù denuncia nei farisei: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allungano i filatteri e le frange; amano i primi posti ed essere chiamati maestri” (Mt 23,5-7).

Il punto centrale è questo: perché esiste la chiesa? Perché evangelizza? Si ritiene veramente il vangelo la cosa importante oppure si vuole attirare l’attenzione su di sé e creare un gruppo di seguaci? Questo è ciò che fanno i farisei come dice Gesù poco dopo: “Percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi” (Mt 23,15). Nei nostri tempi si impegnano nella chiesa tante energie per studiare come arrivare alla gente, come attirare i giovani, come tornare a riempire le chiese; ma per fare cosa? Il vangelo ha realmente trasformato la vita di chi se ne riempie la bocca oppure è un mezzo come un altro per attirare a sé gli altri per sentirsi importanti, per darsi un tono e avere il proprio posto al sole? Il personale ecclesiastico ha speso e spende molto tempo a denunciare che il mondo si è allontanato da Dio e dai veri valori, che è caduto nel relativismo e in ogni forma di immoralità, dimenticando di interrogarsi sulla propria fedeltà al vangelo facendo prima un esame di coscienza sulle vere intenzioni della smania di annunciare, cioè farsi vedere. I vangeli più volte dicono: se non vieni ascoltato devi avere il coraggio di lasciare libero chi ti rifiuta e andare altrove non con l’atteggiamento di chi, come i farisei, va cercando solo il pubblico per il proprio spettacolo, ma di chi proprio perché ama l’uomo a cui vuol donare il suo bene più prezioso, lo lascia poi libero di continuare sulla propria strada facendo attenzione a non rimanere contaminato, piuttosto (la polvere dei calzari), dallo stile di vita e dai disvalori che non permettono di aprirsi al vangelo. Invece si perde tempo (avendo anche un grosso baraccone da gestire) a pensare come usare gli strumenti di quel mondo che, se fosse veramente conquistato da Cristo, dovrebbe velocemente riconvertire, per dirla con Isaia, le lance in falci, cioè da strumenti di morte a strumenti che donano vita.

La chiesa spesso manifesta di essere fuori dalla storia non perché non si adatta allo spirito del tempo in cui vive ma perché in realtà è già da tempo fuori da se stessa, dal proprio mandato ricevuto che è quello di testimoniare un vangelo che libera, non un moralismo alimentato da (necessariamente) ingenti risorse economiche per far funzionare un sistema macchinoso. Si possono fare mille riforme curiali che però servono solo a cambiare i nomi delle strutture o a sostituire i preti con laici donne ma non scalfiscono minimamente la struttura profonda fondata sulla inconfessata missione di voler mantenere il proprio protagonismo in un mondo che ormai, facciamocene una ragione, guarda altrove; per cui, anziché rincorrerlo affannosamente, meglio sarebbe scuotere la polvere, abbandonare strumenti inutili e forme gerarchiche che sono nate quando la chiesa dominava e sosteneva i dominatori. Ci si affanna a cercare i giovani o a voler ridare consapevolezza ai battezzati, ma vogliamo mantenere intatto tutto un insieme di simboli che rappresentano altro che la polvere del mondo: piuttosto i suoi lustrini e i suoi abiti sgargianti.

Paolo e Gesù ci dicono che per l’annuncio non basta un contenuto fatto di belle parole, ma ci vuole innanzitutto uno stile adeguato al vangelo e solo quando veramente ci ha cambiato la vita potremo sperare che diventi anche attraverso noi una luce per altri, non per ambire ad avere un posto al sole ma per dare una via di salvezza ad un modo che si sta autodistruggendo.☺

 

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