Il senso della lotta
12 Aprile 2016
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Il senso della lotta

Era il 5 dicembre 2013 quando il sinistro governo Renzi emanò il discusso decreto n.159, con il quale si proponeva di rideterminare i criteri per il computo dell’ISEE, Indicatore della situazione economica equivalente, strumento necessario per accedere alle prestazioni sociali agevolate, ossia a servizi e aiuti necessari per le persone in stato di necessità. In concreto, come sappiamo, l’indicatore ISEE viene utilizzato tra l’altro per determinare l’ammontare delle tasse universitarie, o la quota di spese in compartecipazione con gli enti locali per usufruire delle prestazioni previste dalla legge 104 (es. assistenza educativa domiciliare). Attraverso l’ISEE lo Stato “legge” la condizione reddituale delle famiglie, allo scopo di distribuire i servizi sociali e determinare i costi per un nucleo familiare. Da questi pochi esempi si può comprendere l’importanza dei criteri di computo dell’ISEE e la quantità dei contenziosi che negli anni può avere generato, dato che nella realtà è davvero difficile che con i numeri si possa descrivere quali sono le condizioni di vita e le necessità di una famiglia.

Con il DPCM 159/2013 arrivò comunque una vera e propria mazzata per le persone con disabilità e per le loro famiglie. Infatti il governo decise di includere nel calcolo dell’ISEE anche  le prestazioni assistenziali legate alla disabilità, quali indennità di accompagnamento, indennità di accompagnamento per ciechi, indennità di comunicazione, e così via. Nella prassi, sebbene la nuova normativa prevedeva franchigie più elevate per le famiglie delle persone con disabilità, di fatto creava situazioni di disagio per le famiglie con maggiorenni disabili o con persone con pluridisabilità, che vedevano schizzare in alto il proprio indicatore, trovandosi di fatto nella situazione di venire escluse dalle prestazioni sociali o costrette ad accedervi a costi elevatissimi. Le associazioni delle famiglie delle persone con disabilità, prima tra tutte il Coordinamento nazionale Famiglie di Disabili Gravi e Gravissimi, hanno intrapreso una dura battaglia legale per abolire la norma discussa e i decreti attuativi. Una battaglia di poche famiglie contro l’iniqua e irrazionale ragione di Stato, pronta a battere cassa sulle fasce più debole.

La battaglia si è consumata nelle aule giudiziarie e dopo tre sentenze del Tar Lazio che avevano annullato l’art. 4 del decreto citato, nella parte in cui differenziava le franchigie tra minorenni e maggiorenni con disabilità, censurando inoltre il decreto nella parte in cui considerava reddito le indennità collegate alla disabilità, lo schiaffo definitivo al governo – che MAI aveva rispettato le sentenze dei Tar e che anzi le aveva appellate –  è arrivato dalla sentenza del Consiglio di Stato del 29 febbario 2016, che ha ribadito in toto il contenuto delle sentenze del Tar Lazio. In particolare , il Consiglio di Stato ha statuito che: “l’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioè indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale. Tali indennità o il risarcimento sono accordati a chi si trova già così com’è in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parità morale e competitiva. Essi non determinano infatti una “migliore” situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirando a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa”.

La vicenda della battaglia condotta e vinta dalla famiglie delle persone con disabilità contro lo Stato ci insegna che se una legge è ingiusta bisogna lottare, perché solo chi lotta può vincere. È un principio che dobbiamo adottare come una vera e propria condotta di vita, perché solo attraverso la partecipazione l’impegno attivo si possono rovesciare le arroganze del potere.

Il potere che pretende di trivellare i mari, deturpando l’ambiente, si combatte andando a votare il 17 aprile per il referendum, così come il potere che pretende di bucare una città per “non perdere 5 milioni di EURO” si combatte firmando a Termoli le petizioni contro il tunnel. Il potere che pretende di smantellare la sanità pubblica per privilegiare il privato va mandato a casa a calci nel sedere. Se un governo non è in grado di dare risposte alle famiglie molisane ancora danneggiate dal terremoto dopo oltre 13 anni, non può che essere un governo che ha fallito e che deve andare a casa.

Le battaglie si vincono prima di tutto con il cuore e poi con la determinazione. Prima di tutto occorre essere consapevoli di amare questa terra, le sue bellezze ed i suoi cittadini. Così come non tolleriamo che si ferisca chi amiamo, con lo stesso cuore dobbiamo lottare perché non venga leso il senso di quello che siamo e di quello che abbiamo. Ora abbiamo bisogno più che mai di uno spirito civico molisano, perché in caso contrario verranno sporcati i nostri mari, deturpata la nostra storia e smantellati i nostri diritti, primo fra tutti il diritto alla salute. Non si può piegare la testa di fronte a tutto questo.☺

 

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