Servire senza stancarsi
15 Febbraio 2019
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Servire senza stancarsi

Una delle forme più nobili per porsi al servizio degli altri è l’anonimato. Ma non sempre è possibile restare anonimi, pur desiderandolo fortemente ed imponendoselo moralmente. L’altra forma, sorella o parente stretta di questa, è la disponibilità ad elargire risorse, come il tempo, l’affetto, la dedizione, il denaro, a fondo perduto. Senza desiderare nulla in cambio, anzi, correre pure il rischio di perdere tutto, ma non arrendersi mai. Il primato, per vivere appieno questo atteggiamento, non deve mai essere di chi dona, ma di chi riceve: la persona sola, indigente, malata, abbandonata, esclusa o reclusa.

In genere si trova gratificazione nel dare, fosse anche solo quella di intravvedere la soluzione del problema, il sorriso di chi riceve, ma, già questo, in qualche modo, inquina, adultera o altera la limpidezza del proprio servizio. Dare, servire, significa “buttare”, nel senso di seminare, deporre nel solco della vita altrui il seme della fraternità, della benevolenza, della considerazione, della prossimità, dell’interesse che si ha dell’altro in quanto tale. Poi non tutti i semi diventano piante, non tutti marcendo producono moltiplicato il frutto. Ma occorre seminare, seminare sempre e comunque.

Uno dei campi, non certo l’unico o il più privilegiato, dove si può seminare in questo modo è il carcere o le realtà che, accogliendo i detenuti, si dedicano al loro servizio offrendo possibilità di riscatto, recupero, rinascita. Quanti tentativi andati a vuoto, quante delusioni, quanta povertà persistente nonostante ogni aiuto; quanta amarezza per il naufragio di ogni tipo di azione intrapresa per favorire il restauro della persona. Scoraggiante e deludente. Ma mai arrendersi! Il monile di metallo prezioso anche se si schiaccia, si deturpa, non perde mai il suo valore. La carta moneta benché sgualcita, calpestata, ridotta ad un ammasso di carta, non perde mai il suo valore. Ogni persona, anche quando si intestardisce, diventa riluttante, si abbrutisce per la malvagità delle sue azioni o per l’incostanza nel suo lavoro di recupero, non cessa mai di conservare il suo valore intrinseco che va al di là delle sue scelte scellerate, o delle sue intenzioni distruttive, o della sua fragilità e debolezza sentimentale. C’è sempre da continuare a donare, a servire, a dedicarsi, a ricominciare.

Il detenuto vive una condizione di restrizione della sua libertà. Lotta per affermare la sua verità, viene umiliato perché condannato ancor prima di subire il giudizio di un regolare tribunale e, nonostante la legge lo consideri innocente fino al terzo grado di giudizio, la collettività, i mass media, lo mettono alla gogna. Tutto questo è devastante per una persona, mette un tarlo di pregiudizio, innesca un procedimento di condanna aprioristica, lo depaupera di ogni forma di dignità, lo esclude dalle relazioni. La povertà delle persone recluse è estrema come delicata è la loro condizione. Il numero tatuato sull’ avambraccio di antica memoria nazista, in un certo senso viene sostituito dal tatuaggio morale che si stampa sulla pelle delle persone. Non numeri tatuati ma giudizio, condanna, esclusione, privazione, sospetto. Questa estrema precarietà deve trovare come antidoto non solo la verità giuridica stabilita da un percorso legale, ma soprattutto deve essere intercettata e soccorsa da una grande umanità. Nessuno nasce ladro, omicida, imbroglione, prostituta, drogato, alcolizzato. Qualcosa non ha funzionato nell’intimità di chi si trova, suo malgrado, in queste situazioni, o nell’ambito delle sue relazioni, ad iniziare da quelle familiari. Molte volte non ci sono colpe oggettive, riscontri effettivi. L’ambiente sociale in cui si vive o da cui si proviene innesca una sorta di DNA sociale “condizionando” o, fortemente, compromettendo la vita relazionale delle persone.

Per servire questa realtà così complessa ed articolata occorre possedere oltre lo spirito altruistico e la disponibilità fraterna all’accoglienza e all’incontro, anche una competenza minima per porsi meglio al servizio delle vere necessità. Si parla di necessità vere perché, molte volte, erroneamente, prevale il senso pietistico, accomodante, accondiscendente. I cammini sono lenti, dispendiosi, articolati e accidentati. Occorre mettere in calcolo anche il naufragio, la non riuscita, il non raggiungimento dello scopo. Il risultato non è solo la soluzione della problematica che forse, malauguratamente, non giungerà mai, ma anche il solo aver fatto compagnia, aver donato fiducia, l’aver creduto nelle possibilità e capacità dell’altro giustifica che servire serve!

Quando un artista è impegnato a realizzare un’opera -s’immagini chi modella l’argilla- se il risultato non è di sua soddisfazione non prende il manufatto e se ne disfa, ma, con pazienza, lo rimodella, ricomincia, fino a che non è di suo gradimento. L’arte della prossimità, la fragranza della fraternità, il rifugio dell’accoglienza, il desiderio di aiutare a far risorgere, la sutura delle ferite, la consolazione della comprensione non sempre riescono secondo le attese e le progettualità: anche in questo caso occorre non stancarsi ed avere l’umiltà, la docilità di riproporre, di persistere. Chi ama davvero non molla mai, non si scoraggia mai, non si arrende mai. E servire queste realtà, quella carceraria in particolare, richiede davvero molta perseveranza.

“Ma che splendore che sei nella tua fragilità. E ti ricordo che non siamo soli a combattere questa realtà, credo negli esseri umani che hanno coraggio di essere umani” (Marco Mengoni).☺

 

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