sete di giustizia
2 Marzo 2010
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sete di giustizia

 

 

Si può parlare di giustizia senza nominare Berlusconi? E all’inverso, si può non trattare di giustizia per non parlare del presidente del consiglio? Un binomio ormai inscindibile che da anni tiene inchiodato il parlamento, costretto ad ingoiare lodi e porcherie varie. Il paradosso è che Berlusconi ha ragione quando dice che la giustizia funziona poco e male, e i giudici non hanno torto nell’affermare che il premier deve essere sottoposto a giudizio come tutti i comuni mortali, poiché non ci può e non ci deve essere nessuno che infrange la legge e la fa franca o che addirittura si pone al di sopra di essa per cui non può essere perseguito, processato e eventualmente condannato. Chi oggi si meraviglia di Bertolaso e di come funziona la protezione civile non ha ancora capito nulla di Berlusconi il quale non a caso immediatamente ha fatto quadrato intorno all’incarnazione più completa e all’interpretazione più autentica del suo sistema. La stessa proposta di farlo ministro non era un tentativo di toglierlo dalla graticola, prima che esplodesse il marcio?

Il rischio da parte nostra è l’assuefazione. A tutto. Dagli incidenti alle catastrofi, dalle furbate alla delinquenza organizzata, dai soprusi agli scandali ormai inghiottiamo tutto con una capacità digerente davvero impressionante. Più nulla ci stupisce, nausea, indigna.

A uscire da questo intorpidimento per gridare la nostra fame e sete di giustizia non ci aiuta né il diritto romano che, asserendo summum ius, summa iniuria (somma giustizia è grandissima ingiustizia), porta a un relativismo pericoloso, né il cristianesimo che, poggiando su un processo iniziato male e finito peggio con la condanna a morte di un innocente e la liberazione di un malfattore, apre allo scetticismo nei confronti della giustizia giusta, come si suol dire. Ma questo rafforzativo non allude così alla possibilità antitetica di una giustizia ingiusta?

Eppure quel condannato senza colpa alcuna diventa voce dei senza voce. La sua parola suonerà male per tutti coloro che hanno troppa voce. Il suo ricordo non lascia riposare in pace, nonostante i tentativi di mettere la sordina facendo incedere a braccetto trono e altare, il cavaliere e il cardinale. I crocifissi della storia continuano a identificarsi con quello del Golgota. Il 24 marzo di trent’anni fa veniva assassinato Oscar Romero, simbolo di tutti i perseguitati in odio non alla fede, ma alla giustizia. “Certamente ho paura, risponde in una delle ultime interviste, come ogni essere umano; ma sono disposto a morire per il mio popolo. E lo dico senza superbia, senza arroganza, con molta umiltà: sono certo che, se muoio, risusciterò nel popolo del Salvador”.

Un presupposto basilare del diritto è: unicuique suum (a ciascuno il suo). Lo abbiamo proclamato e interpretato sempre in modo funzionale al nostro sistema di vita, per cui ha finito per legittimare interessi e proprietà, i forti contro i deboli, tanto che i ricchi se ne sono fatto scudo per difendere i privilegi carpiti o usurpati. Proviamo per una volta a leggerlo con gli occhi di chi non ha il suo, di chi forse non l’ha mai avuto, dalla parte del miliardo di persone che soffrono la fame, dalla parte dei 25 mila bambini che muoiono ogni giorno di fame, dalla parte degli 800 milioni di adulti non alfabetizzati, dalla parte di chi non ha lavoro, di chi l’ha perso, di chi è costretto ad espatriare, di chi non ha documenti, di chi è sfruttato o schiavizzato… La fanciulla di Nazaret con la sua fede tutt’altro che remissiva continua a indicarci il Dio che ha rovesciato i potenti dai troni, che ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Chi detiene il potere tenta di narcotizzarci in tutti i modi proponendo ricchezza, fascino e furbizia come ideali. Anzi è l’uomo più ricco d’Italia a proporsi ed essere accolto come mito per la metà della nazione, come mitomane per l’altra parte (pur tentata da nostalgie). Alla gente comune non resta che le domande a premio o i pacchi con la sorpresa, il superenalotto o le lotterie per eguagliarlo. Poi ci meravigliamo che la droga mieta sempre più vittime soprattutto fra i giovani, come in questi giorni a Campobasso. Non abbiamo ricette, ma vorremmo coinvolgerli e renderli partecipi della nostra sete di giustizia che ci fa pretendere che tutti siano uguali nei confronti della legge, che i tribunali siano messi in condizione di funzionare, che i processi siano rapidi e che nessuno si sottragga, ma ci fa anche gridare accanto ai marginali, agli sfruttati, agli schiavizzati, agli immigrati divenuti delinquenti per decreto perché siano riconosciuti i loro diritti.

Il primo marzo ci troverà con gli immigrati nelle piazze d’Italia perché tutti i giorni lottiamo con loro affinché la dignità di ogni persona a prescindere dal colore della pelle o dai timbri sui passaporti sia salvaguardata sempre, da chiunque e comunque. ☺

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