Sistema iniquo
3 Maggio 2014
0 comments
Share

Sistema iniquo

La lettura dell’evidenza empirica, nella molteplice interazione tra sviluppo e sottosviluppo, pone seri problemi alla coscienza di ogni persona, innescando un’inquietudine diffusa che spinge a mettere in discussione gli assetti tradizionali del vivere e dell’agire. Ci si interroga su obiettivi e valori e si comincia a percepire – oltre la narrazione dominante – l’urgenza di una conversione alla comunione tra i popoli che consenta di  delineare sentieri praticabili per il raggiungimento di tale traguardo. È duro il passaggio dal progetto di un’antropologia incatenata alla cultura del dominio a quello di un’immaginazione creativa – vera invenzione – di politiche di alto profilo per un nuovo assetto fondato sulla giustizia e sulla pace. Solo con questa latitudine tematica è ipotizzabile una svolta nel corso degli eventi idonea ad incidere sull’armamentario tecnico-produttivo-finanziario così onniavvolgente che sembra sfuggire ad ogni possibilità di controllo.

Ciò significa l’abbandono degli schemi standard di cui si avverte l’ inadeguatezza. L’homo oeconomicus, egocentrico, calcolatore, deprivato di valenze etiche, il cosiddetto sciocco razionale (A. Sen) si rivela ormai un archetipo astratto e parziale, frutto di un riduzionismo esasperato e fazioso che svilisce e aliena ogni comportamento soggettivo o di gruppo. Ugualmente priva di credibilità plausibile appare la fiducia nell’ automatica diffusione del benessere e nella convivenza pacifica fra interesse individuale e collettivo; la cosiddetta mano invisibile o il potere senza volto risultano palesemente incapaci di far ordine e di riconciliare le scelte individuali di moltitudini e quelle di agenti senza relazione con le comunità.

Emerge un’indicazione importante e chiara: la consapevolezza che la situazione del terzo mondo, e in parte crescente anche nel mondo dei ricchi, è inscindibile dalle conquiste dell’occidente, dove il mito del progresso continuo e infinito maschera in realtà l’arroganza di una filosofia di crescita, funzionale all’affermazione di élite oligarchiche, divenute perno indiscusso dell’evoluzione planetaria: le logiche predatorie mirano ad espellere le esigenze vitali dei più deboli, che alimentano in misura sempre maggiore le correnti migratorie. La legge della domanda e dell’offerta è articolata per l’homo oeconomicus ben nutrito, di stampo occidentale, che ha solo preferenze e gusti ma non ha necessità. Chi, invece, per mancanza di reddito o di potere di acquisto non può esprimere una domanda rimane escluso dal circuito del mercato; i suoi bisogni, seppure fondamentali, rimangono insoddisfatti. Il suo status sfugge ai tradizionali indicatori di benessere, quali il reddito pro capite, tasso di crescita, spesa pro-capite, che finiscono per rappresentare il travestimento di un processo sacrificale endogeno al sistema. Paradossalmente, in questo gioco, gli oppressori pretendono di compiere un servizio benefico all’umanità. L’idolatria del mercato viene predicata come vangelo che realizza la migliore convivenza sociale; si avverte una dimensione teologica nel paradigma dell’interesse privato che si propone sotto forma di credo di salvezza per coloro che desiderano la felicità, di adesione fiduciosa e devota, di implacabilità pedagogica coerente ed imposta.

L’apertura di spazi e di orizzonti volti al rispetto della vita, reale e concreta, sollecita sia una riprogettazione dell’economico che restituisca legittimità ad una rete sistemica di principi etici, politici e culturali, sia una riconsiderazione attenta delle priorità delle funzioni-obiettivo dei policy makers. La tensione verso una democrazia economica non va disgiunta dalla democrazia politica, cioè dalla materializzazione istituzionale della più ampia partecipazione al potere nella società, affinché lo sviluppo travalichi l’attuale significato di accumulazione materiale, riservato a pochi, e si trasformi in effettiva promozione della persona nei diversi sistemi nazionali e internazionali.

In tale contesto bloccato e sterilizzato l’Italia vive il ciclone delle riforme istituzionali promosse da Renzi. A prima vista più che l’affacciarsi del nuovo sembra il vecchio che avanza come ha scritto Raniero la Valle, del quale si riportano alcune annotazioni specifiche.

Rafforzare i poteri del primo ministro e rendere la Camera più servizievole alle esigenze operative del governo: è stato il proposito continuo da Craxi in poi; l’ha perseguito per vent’anni Berlusconi, attraverso drastiche forzature dei regolamenti parlamentari. Lo si ripropone sempre per la “governabilità”. Sarebbero invece da inventare nuove procedure non autoritarie di cooperazione tra Camera e Governo, in cui la fiducia non sia posta per stroncare il parlamento ma per renderne rigoroso e sobrio l’apporto.

La legge elettorale. Qui il ritorno è al 1924, alla legge Acerbo che dava i due terzi dei seggi al listone fascista vincente. Però non sbarrava le porte alle altre forze politiche della tradizione italiana e furono dodici i partiti non fascisti che giunsero al Parlamento, c’erano anche Gramsci, Matteotti, De Gasperi. Per questo il fascismo, pur avendo i numeri, dovette fare il regime. Si intravede un peggioramento maggiore della legge fascista. Lasciando entrare alla Camera solo uno o due altri partiti, si peggiora e non si riequilibra, come ha chiesto la corte costituzionale, il rapporto tra rappresentanza e governabilità, facendo della Camera la città proibita da cui gli scarti saranno esclusi. Se rimanesse invariato l’art. 14 i partiti che confluiscono in coalizioni perdono la propria identità ed autonomia, dovendo avere lo stesso programma del partito maggiore, con la paradossale situazione che Alfano dovrà tenersi per capo Berlusconi e Vendola Renzi.

Circa il decreto sul lavoro, un ritorno indietro ancora più antico, al 1891, alla situazione descritta dalla Rerum Novarum di Leone XIII. Scriveva scandalizzato il papa: “la quantità del salario la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la merce, ha fatto la sua parte, né sembra debitore di altro” e per gli operai, privi di ogni tutela associativa, accadeva che “rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e della sfrenata concorrenza”. Per trentasei mesi i lavoratori assunti con contratti a termine senza altri obblighi da parte dei padroni sono appunto in questa situazione. E questa sarebbe la riforma.

Della riforma o abolizione del Senato si sa solo una cosa: sarà composto da nominati non più da eletti dal popolo cui spetta la “sovranità”. Salva la casta, si rottama la democrazia.☺

eoc

eoc