sogno – priorità – stile   di Michele Tartaglia
30 Marzo 2013
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sogno – priorità – stile di Michele Tartaglia

 

L’elezione di papa Francesco mi fa cogliere l’occasione per chiederci quale chiesa possiamo sperare per il futuro, anche prossimo. I segni che il papa sta mettendo in atto, e le parole che li accompagnano, stanno creando molte aspettative che credo non andranno deluse, almeno per quel che riguarda le sue intenzioni. Si respira aria nuova e quei paludamenti ecclesiastici ostentati prima (uno dei difetti che personalmente trovavo in Benedetto), oggi appaiono semplicemente fuori luogo. Mi sembrano significative le letture che la liturgia cattolica propone per la prima domenica con questo nuovo papa, la quinta di quaresima. In esse sono espressi dei sogni, sono indicate le priorità e sono mostrati degli stili che devono sempre caratterizzare la chiesa, ma che ora vedo presenti pienamente in Francesco.

Il sogno: Isaia dice: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” (43,19). La chiesa degli ultimi tempi, allontanatasi in modo subdolo dalla strada tracciata dal Concilio, si è trovata in una situazione disastrosa avendo perso, a causa di veri sciacalli che hanno occupato le leve del comando, quella credibilità necessaria per evangelizzare in modo efficace. Con il conclave reso possibile da Benedetto XVI, ci si è trovati a un bivio: avere uno scatto di coraggio e cambiare rotta o continuare (specie con qualche nome fatto prima del conclave) a procedere su una china che avrebbe portato direttamente nel burrone. Il coraggio c’è stato; i cardinali hanno intuito che forse questo era l’ultimo treno per riportare la chiesa ad essere ciò per cui è stata creata: non quella che occupa la scena pubblica con ingerenze di vario tipo nella sfera politica e (vedi IOR) in quella economica, ma l’annunciatrice del vangelo e null’altro, come ha anche riconosciuto il papa dimissionario nei diversi discorsi con cui ha chiuso il pontificato. Il nuovo papa lo ha detto a chiare lettere: una chiesa povera e per i poveri, un popolo in cammino che si impegna per la fratellanza universale. Salutando i giornalisti sabato 16 marzo, ha detto in spagnolo che rispetta la sensibilità religiosa di ciascuno, anche di chi non crede, per cui non ha imposto la benedizione di rito, ma ha ribadito che crede fermamente che tutti sono figli di Dio.

Le priorità: tutto questo è fondato sull’unico necessario ribadito dal papa nell’omelia in Sistina: Gesù Cristo, senza il quale la chiesa è solo una ong di opere caritative. Paolo, nella seconda lettura della messa, dice esattamente questo: “Per lui (Gesù) ho lasciato perdere tutte queste cose (le regole legalistiche e farisee) e le considero spazzatura… non ho certo raggiunto la meta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anche io sono stato conquistato da Cristo Gesù” (Fil 3,8.12).

Lo stile: il vangelo dell’adultera (Gv 8,3-14) mette a confronto l’ atteggiamento di coloro che vogliono lapidare la donna, dall’alto del loro giudizio senza appello e quello di Gesù, seduto per terra, che si mette a guardare dal basso le situazioni, scendendo nella polvere delle miserie umane. Sono le due scelte di fronte a cui si trova la chiesa: rimanere un’agenzia di insegnamenti morali e di imposizione di regole o tornare ad essere una comunità che condivide i dolori e le angosce, ma soprattutto le gioie e le speranze di un’umanità imperfetta ma che aspira al bene, anche se spesso viene ostacolata da scelte egoistiche di chi detiene il potere e da prese di posizione ipocrite di un’istituzione come la chiesa cattolica che esorta(va) a prendersi cura dei poveri ma ostenta(va) i segni dell’opulenza.

Due cose possono ostacolare papa Francesco nel mettersi alla testa dei movimenti di riforma che tuttora sono presenti nella chiesa ma che finora erano repressi da un potere clericale e curiale pervasivo e miscredente: questo stesso potere, che potrebbe riuscire ad organizzarsi dopo lo smarrimento iniziale oppure (ciò non è estraneo allo stile della curia) una campagna mediatica sostenuta dal governo argentino, contrario a Bergoglio, e alimentata da un certo potere massonico-clericale che vuole una chiesa serva del potere, sul passato atteggiamento di questo papa rispetto alla dittatura dei generali argentini. Al di là dell’effettivo comportamento di Bergoglio in quella situazione, stiamo attenti a non cadere in un atteggiamento gnostico o manicheo, che pensa a degli uomini o santi o dannati da sempre, perché ciò non è proprio della fede cristiana che conosce Paolo il persecutore in nome di Dio che diventa l’apostolo più importante del cristianesimo o i grandi convertiti come Agostino, Francesco e Ignazio. Se non riconoscessimo la storicità di ogni essere umano e quindi anche del papa, non potremmo acclamare quelle persone come santi nonostante i loro trascorsi.

Anche se io credo nella buona fede delle scelte del papa in quella situazione drammatica (a differenza di certi nunzi che giocavano a tennis con i dittatori), a me interessa ciò che da oggi farà Francesco e non ciò che avrebbe potuto fare allora Jorge Mario. Per dirla con Isaia: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche”(43,18); e con Paolo: “Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta” (Fil 3,13). A me interessa di più avere come papa un uomo che sa riconoscere errori, anche suoi, piuttosto che uno che ritiene di essere senza macchia nel chiedere perdono per il passato della chiesa o di presiedere una istituzione senza macchia che può comodamente scagliare pietre ai peccatori e mettere sulle spalle degli altri fardelli che non tocca neppure con un dito☺

mike.tartaglia@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

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