Sorvegliati
29 aprile 2017
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Sorvegliati

Secondo l’autorevole opinione del sociologo Domenico De Masi la nostra società postindustriale ha visto modificarsi le proprie categorie di spazio e di tempo; quest’ultima ha subìto una profonda trasformazione “a causa di macchine sempre più capaci di risparmiare, arricchire, stoccare e programmare il tempo”.
Ne sanno qualcosa tutti coloro che sul proprio posto di lavoro abitualmente fanno uso di un dispositivo elettronico che, anche in Italia, denominiamo con un termine inglese, il badge [pronuncia: bègj]. Questo tesserino magnetico, che consente l’accesso a luoghi soggetti a sorveglianza elettronica, è sempre più presente negli uffici o nelle aziende: esso consente di registrare le presenze dei dipendenti, controllare ingressi ed uscite, cronometrare le effettive ore – anche i minuti! – di lavoro effettuati.
Il badge, ancor prima di diventare un dispositivo computerizzato, non è altro che un cartellino, un distintivo riportante i dati e le funzioni di un lavoratore; oltre a venire utilizzato dalle aziende a scopo identificativo o di sicurezza per l’accesso alle zone e ai servizi dedicati al personale, come ad esempio la registrazione delle timbrature o il servizio mensa, rappresenta un utile strumento di comunicazione con il pubblico: qualsiasi utente che necessita di informazioni, indicazioni o chiarimenti all’interno di un ufficio o altre strutture aperte al pubblico, può agevolmente rivolgersi al personale che indossa il badge per vedere soddisfatta la propria richiesta.
La cronaca di alcuni mesi addietro, ma anche quella recente, si è molto dedicata al tema del cartellino, soprattutto in un’ottica negativa, tesa a condannare, attraverso l’esposizione mediatica, quei comportamenti riprovevoli di alcuni dipendenti di aziende pubbliche che, pur avendo timbrato il proprio badge, non si recavano poi al lavoro, oppure lo facevano timbrare a terze persone, evitando quindi anche il fastidio di arrivare sul posto di lavoro. Azioni deplorevoli, comportamenti illeciti, che giustamente fanno piovere sul costume italico le critiche e le rimostranze dell’opinione pubblica mondiale. Diverse indagini hanno portato allo scoperto episodi in cui un dipendente pubblico invece di presentarsi sul luogo di lavoro portava a spasso il cane oppure si tratteneva in un bar o faceva la spesa. E spesso la “truffa” è stata documentata attraverso i video registrati dalle telecamere di sorveglianza.
Rifuggendo da qualsiasi forma di giustificazione di comportamenti poco corretti ed irrispettosi della collettività, va forse sottolineato che l’assenteismo, di cui sono espressione episodi del genere, è un comportamento che ha conseguenze rilevanti sul contesto in cui si manifesta ed ha anche effetti di ritorno, poiché chiama in causa la dimensione del lavoro come campo di relazioni sociali. Pur considerando variabili di tipo individuale quali il sesso, l’età, le abilità personali, talvolta l’assenza dal posto di lavoro diventa indicatore di deviazione dallo stato cooperativo e di scarsa integrazione nel gruppo di lavoro; in qualche caso si potrebbe definire il comportamento di assenza come una elementare difesa del lavoratore nei confronti di un sistema organizzativo non soddisfacente. Un controllo eccessivo, infatti, non sempre corrisponde ad una valutazione equilibrata: sono sempre giuste le condizioni in cui ci si trova a lavorare? Non si potrebbe considerare limitativo della nostra libertà personale il ricorso a macchine che ci contano i minuti, che si impossessano della nostra identità, che registrano i nostri movimenti e le nostre azioni?
Anche le recenti manifestazioni di protesta all’Università di Bologna hanno avuto a che fare con apparecchiature elettroniche: la contestazione ha riguardato i tornelli all’ingresso della Biblioteca della Facoltà di Lettere e sono risuonate forti rivendicazioni per un accesso libero e non controllato alla cultura!
Il mondo moderno e la cosiddetta “civiltà moderna” sono dominati da una nuova schiavitù: quella nei confronti delle cose. Dopo una lunga lotta contro la natura, l’uomo si è, almeno apparentemente, emancipato da molte servitù cui era soggetto nei confronti di essa; ma per riuscirvi ha dovuto affidarsi alla tecnica, che ha instaurato, a sua volta, una nuova, alienante signoria nei suoi confronti. L’uomo si è progressivamente arricchito di strumenti tecnologici per supplire alle sue carenze fisiche e mentali, giungendo a diventare quello che oggi definiamo Homo technologicus, sempre più adattato al nuovo ambiente digitale. L’Homo technologicus cresce usando fin dalla nascita il telecomando, il mouse o il telefono cellulare come strumenti che obbligano ad una gestione diversa della propria vita. Siamo ormai di fronte a scenari nuovi: come sostiene G. Longo (Il nuovo Golem – come il computer cambia la nostra cultura) il ricorso sempre crescente alle macchine conduce inevitabilmente all’“umaniz- zazione della macchina, ma anche alla ‘macchinizzazione’ dell’uomo”.
Cosa resterà della nostra umanità, della nostra libertà di esseri umani, del nostro “tempo”?

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