Sotto lo stesso cielo
14 Luglio 2021
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Sotto lo stesso cielo

“Dove inizia e finisce il cielo?”. Lavoro con i bambini e gli adolescenti da un po’ di anni e con loro ho riscoperto il valore di pormi delle domande come questa.

Ho sempre risposto con apparente, assoluta certezza tra teoria e leggenda. Attraverso lo schermo del computer sembrava che il nostro cielo iniziasse e finisse lì. Per fortuna non è stato così. Lo abbiamo rivisto e forse guardato come se fosse la prima volta. Perché, se questo cielo appartiene a tutto il mondo, a volte pensiamo che copra solo la nostra testa e non ci chiediamo “dove inizia e finisce?”.

È lo stesso cielo coperto dal fuoco dei razzi e dal fumo delle macerie nella guerra tra Palestinesi ed Israeliani. È lo stesso cielo che copre il mare dove gommoni trasportano umanità alla deriva. È lo stesso in cui splende troppo il sole e suo malgrado scioglie anche quello che non dovrebbe. È anche lo stesso cielo che copre tante persone che lottano, vivono, agiscono senza far troppo rumore, parlano senza gridare e ascoltano senza replicare. Ascoltano perché sanno ascoltare, sanno incontrare. Sì, perché incontrarsi non è solo porsi uno di fronte all’altro. L’ascolto, come l’incontro, va interpretato. È rispondere in modo efficace realizzando, o almeno provarci, a superare disuguaglianze e ingiustizie.

“Io sono l’altro di me stesso”. Se non comprendiamo questo non sapremo mai quando inizia e finisce il cielo perché è sempre e solo sulla nostra testa. Già prima del Covid-19 sono emersi forti individualismi che hanno alzato muri e chiuso frontiere  in nome di forti identità e nazionalismi.

Nel lontanissimo 1221 ci fu un grande incontro: Antonio, quello che sarà il Santo di Padova, incontrò Francesco e per farlo attraversò mezza Italia partendo dalla Sicilia.

Abbiamo desiderato percorrere tanta strada, facciamolo con la consapevolezza che ovunque, in qualunque luogo, anche sotto casa nostra, potrebbe avvenire un incontro che allarghi il nostro cielo.

Poco prima che finisse la scuola un bambino che seguo al Centro dove lavoro mi ha detto che suo nonno era morto in Marocco e che aveva pianto tanto. Avrei voluto abbracciarlo ma non potevo. Gli ho chiesto se volesse pregare per suo nonno e lui mi ha detto: “Ma come facciamo? La mia preghiera non è uguale alla tua, è in arabo”. Non importa ho risposto, la reciteremo lo stesso, tu in arabo ed io insieme ai tuoi compagni in italiano, quello che conta è che lo faremo ora insieme.

Anche se per pochi minuti ci siamo incontrati sotto lo stesso cielo.     

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