Spiati. a fin di bene?
18 Giugno 2020
laFonteTV (1796 articles)
0 comments
Share

Spiati. a fin di bene?

Quasi non se ne parla più, in questa baraonda di notizie, informazioni, consigli che sentiamo ogni giorno! Mi riferisco alla famigerata app da scaricare sul nostro smartphone, o per meglio dire il tracciamento dei contatti che, secondo gli esperti dell’Istituto “Mario Negri” di Milano, “è una delle azioni di sanità pubblica utilizzate per la prevenzione e il contenimento della diffusione di molte malattie infettive, uno strumento importante all’interno di una strategia sostenibile post-emergenza e di ritorno alla normalità”.
Installata sui nostri dispositivi, essa dovrebbe funzionare come un aiuto, non una interferenza nella nostra vita privata, in quanto l’individuazione dei contatti di una persona risultata positiva al virus, potrebbe far capire dove e in che modo il contagio si sia diffuso, ed inoltre consentire l’isolamento dei soggetti affetti.
App sì o no, salta alla mente un aspetto non secondario del nostro vivere nel terzo millennio. Da quando il diffondersi della pandemia ci ha costretti alla quarantena forzata, l’àncora di salvezza per tutti è stato l’utilizzo della Rete: ne sto facendo esperienza nel quotidiano, con la scuola, ricorrendo, come tutti gli altri miei colleghi insegnanti, alla didattica a distanza! Ma la Rete che ci ha salvati dall’isolamento e dall’inattività trova la sua ragione di esistere perché fondata sul “sistema nervoso centrale del pianeta”: la suggestiva definizione fa riferimento ai cosiddetti Big Data, l’enorme insieme di dati digitali che possiamo trovare agevolmente e rapidamente, in rete appunto! Proprio perché conservati ed elaborati da banche dati centralizzate, quali ad esempio la multinazionale EMC, la loro fruizione ci è resa possibile ed anzi, quando abbiamo necessità di reperire informazioni accediamo anche noi, volentieri, a questi contenitori virtuali. Dave Menninger, responsabile di Greenplum, una divisione di EMC, sostiene che “il termine Big Data è usato con mille significati diversi e se ne parla da anni. C’è un’analogia con la storia di Internet: alla fine degli anni Novanta si sapeva che qualcosa di rivoluzionario stava per succedere, ma non si sapeva cosa”. I dati di cui si parla sono le innumerevoli informazioni che la Rete raccoglie, cataloga, memorizza: una miniera d’oro, pur se immateriale!
Big Data certamente ha a che fare con la riservatezza: i nostri dati personali, una volta che accediamo alla Rete, alla posta elettronica o ad un qualunque social network, sono acquisiti gratuitamente dai gestori dei domìni virtuali: noi utenti siamo privati di quella che chiamiamo – sempre con voce anglofona – privacy, ma contribuiamo ad ingrossare i vantaggi, anche economici, delle grandi piattaforme digitali. Quante volte ci siamo lamentati della quantità interminabile di segnalazioni pubblicitarie, dei consigli non richiesti, delle proposte di acquisti online, di iscrizione a gruppi social; per poi chiederci come mai noi siamo diventati oggetto di tali messaggi. È il ‘prezzo’ di questa estrema facilitazione che Internet ci sta offrendo in qualsiasi ambito della nostra vita quotidiana. E i dati sono realmente big – vale a dire ‘enormi’ perché non investono un unico settore, né una sola area geografica: interessano l’intero pianeta, ritraggono e descrivono il mondo globalizzato in cui ormai siamo immersi.
Pur non essendo beni materiali i Big Data rappresentano una ricchezza, un capitale che nella società neoliberista ha il suo peso consistente: le informazioni che ci riguardano assumono valore nelle mani di agenzie multinazionali e grossi monopoli: sembra impossibile, eppure è così. Come non provare rabbia di fronte ad una simile condizione che ci vede pedine in un gioco condotto da altri! Ma è una condizione che la società della globalizzazione ci impone.
Se la critica a questo sistema dei dati può, da un lato, costituire un esempio positivo di libertà di opinione, contestazione di una prassi non del tutto democratica, l’ emergenza di questi giorni, d’altro canto, ci impone un ridimensionamento di tale valutazione. Siamo nell’epoca dei Big Data e, di fronte al fenomeno purtroppo dilagante che riguarda il rischio di contagio da coronavirus, l’utilità dei dati a disposizione, in particolar modo quelli scientifici – attendibili e disponibili – dovrebbe essere compresa nella direzione giusta: non mezzo per esercitare controllo ed ottenere consenso, ma strumento ed aiuto prezioso! ☺

laFonteTV

laFonteTV