Sulla sanità molisana
6 Maggio 2016
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Sulla sanità molisana

Il Programma Operativo 2015/2018 elaborato dalla Regione Molise per il riordino della sanità  ha suscitato e suscita animate discussioni ad ogni livello, inducendo perplessità nei cittadini che si sentono privati del diritto costituzionale sancito dall’art 32. Associazioni, comitati, forum, cittadini si interrogano su un nuovo modo di pensare l’assistenza sanitaria partecipando attivamente, coinvolgendosi in prima persona allo scopo di non delegare alla sola politica (ristretta a pochi personaggi che escludono persino il consiglio regionale) la tutela della propria salute. Non si ha la pretesa di avere ricette risolutive, soprattutto in questo momento di profonda crisi economica, ma si intende affrontare la discussione in termini non ideologici soffermandoci sui principi generali e partendo dal concetto di salute così come definito dall’OMS: “uno stato di benessere fisico, mentale, sociale che non consiste soltanto nell’assenza di malattia o infermità”.

La prima osservazione che suscita perplessità è che l’obiettivo principale dichiarato dal programma operativo è quello di “raggiungere l’equilibrio di bilancio ed assicurare l’erogazione dei LEA” anche attraverso il blocco del Turnover del Personale ASREM (per inciso l’età media dei dirigenti medici è abbastanza elevata: su 559 dirigenti medici n. 283 sono tra 50 e 59 anni e 196 oltre i 60 annidati P.O.2013/15). In effetti l’istituzione del SSN (legge 883/78) che garantiva tutto a tutti presto si è scontrato con la crisi del sistema soprattutto sul piano delle risorse economiche destinate allo scopo, e, pertanto, è stato stabilito che il diritto percettivo del cittadino non dovesse essere assoluto ma relativo. Le Aziende Sanitarie pertanto sono state chiamate a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (le prestazioni ed i servizi che il SSN è tenuto a fornire a tutti i cittadini gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione/ ticket), definiti dai Piani sanitari Nazionali. Fatte queste premesse, ci sembra riduttivo focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica solo sul problema della razionalizzazione degli ospedali ma soprattutto non si fornisce una corretta informazione al cittadino. Infatti i LEA sono stati organizzati in tre grandi aree: 1) l’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro; 2) l’assistenza Distrettuale; 3) l’assistenza Ospedaliera. Si fa ancora presente che la riorganizzazione degli Ospedali ed il potenziamento della medicina del territorio sono stati già previsti dal Patto per La Salute (triennio 2014/2016) con l’intento di “creare una rete d’assistenza molto più efficiente e capillare ed evitare l’ingolfamento dei grandi ospedali”.

Gli ospedali pubblici, integrati ove necessario, dalle strutture private accreditate, devono garantire le prestazioni per le patologie acute, ma la sanità, che deve rimanere assolutamente pubblica, deve mettere al centro il cittadino e garantire ad esso, tra l’altro, un ambiente di vita e di lavoro salubre. In altre parole è necessario che agli ospedali giunga il minor numero di persone possibili, perché una regione accorta non si può limitare al solo dato epidemiologico in senso stretto ma deve salvaguardare il diritto alla salute anche occupandosi degli aspetti ambientali e sociali (stili di vita). Dunque le politiche ambientali dovranno garantire il territorio da possibili inquinamenti (vedi trivelle, polveri sottili, inceneritori, discariche, diossine nel latte materno, etc); la prevenzione e l’educazione sanitaria (previste dai LEA) dovranno assicurare cibi sani, salubri e genuini, corretti stili di vita, favorendo l’attività sportiva e culturale  a tutti i livelli, dissuadendo dall’uso e/o abuso di alcol e droghe, gioco d’azzardo, … solo per fare alcuni esempi. In altre parole, è necessario tener conto anche dei profili di morbi-mortalità in relazione ai fattori di rischio ambientali e sociali. Infatti dai dati del P.O. 2013/15 si legge che su n. 3220 decessi complessivi registrati nel 2007 in Molise, fra le cause naturali, il 45,6% è attribuito a malattie del sistema circolatorio ed il 25,1% a tumori. Sempre nel predetto documento è importante soffermarsi sul capitolo della mortalità evitabile: nel primo gruppo sono ricomprese le cause di morte che potrebbero essere evitate o ridotte in seguito ad una corretta prevenzione primaria (tumori maligni prime vie aero/digestive, tumori maligni del fegato, del polmone, della vescica, disturbi circolatori dell’encefalo, cirrosi epatica); nel secondo gruppo sono ricomprese le morti evitabili in seguito ad applicazione di misure di igiene, stili di vita adeguati e buona organizzazione sanitaria (tumori maligni della pelle, della mammella, del collo dell’utero, del corpo dell’utero, del testicolo, malattia di Hodgkin); nel terzo gruppo sono ricomprese le malattie evitabili con diagnosi precoce e tempestiva terapia (leucemie, cardiopatia reumatica cronica, ipertensione, malattie ischemiche del cuore, polmoniti, bronchiti, malattie respiratorie acute, ulcera peptica).

Non per niente la Conferenza Stato/Regioni ha approvato a novembre 2014 il Piano Nazionale della Prevenzione (documento strategico di portata quinquennale) nella convinzione che un investimento in interventi di prevenzione, costituisca una scelta vincente, capace di contribuire a garantire, nel medio e lungo periodo, la Sostenibilità del SSN. Si ribadisce che le cosiddette “patologie della modernità” sono legate, tra l’altro, al peggioramento dell’habitat ambientale e sociale con forti effetti di stress sugli individui. È ancora il caso di sottolineare che le prestazioni sanitarie pubbliche devono ricomprendere, quindi, anche quelle di rilevanza sociale, ovvero quelle prestazioni nelle quali la componente sanitaria e quella sociale non risultano operativamente distinguibili, come ad esempio le prestazioni a favore dei minori, delle donne, famiglie, anziani, disabili, pazienti psichiatrici, persone con dipendenze, malati terminali etc. Ci sembra di poter affermare che alle analisi puntuali ed esaustive elaborate nel corso degli anni e descritte dai vari piani sanitari regionali succedutisi che mettono in evidenze, tra l’altro, le peculiarità della regione caratterizzata da invecchiamento, declino numerico e deprivazione (situazione di non agiatezza economica e sociale) della popolazione tanto da penalizzare pesantemente  il sistema molisano, non corrispondano risposte operative concrete.

Enfatizzando, quindi, il dibattito, pur legittimo, solo su quali e quanti ospedali debbano rimanere e dove debbano essere ubicati, si rischia che le poche risorse disponibili (non solo quelle economiche) siano dirottate solo verso l’acuzie, non sostenendo di fatto adeguati programmi di prevenzione e marginalizzando i servizi territoriali. Per tornare al documento programmatico 2015/2018 elaborato dalla regione, benché esprima meritoria attenzione alla riorganizzazione della rete territoriale, esso evidentemente non tiene conto della complessità che tale ristrutturazione gestionale comporta, tanto che si prefigge di attivare i nuovi Ospedali Territoriali di Comunità entro il 30/6/2016. Come sarà possibile istituire forme di organizzazione multi professionali, organizzare ed integrare i medici di medicina Generale e le altre professionalità convenzionate con il SSN (ammesso che le strutture siano già disponibili), in soli due mesi? Come sarà possibile assicurare l’erogazione dei LEA, avendo in atto il blocco del Turnover del Personale sia ospedaliero che dei servizi territoriali (Dipartimenti di prevenzione, SERT, Consultori)? Come verranno verificati gli adempimenti dei LEA, considerato che dai dati resi pubblici dal Ministero della Sanità per gli anni 2012 e 2013 per parecchi indici la regione è inadempiente? Come saranno accessibili i dati epidemiologici che consentono di stabilire quali e quanti servizi sanitari e ospedalieri siano necessari? Perché  ci si riempie la bocca di medicina territoriale, prevenzione e screening oncologici e nella stessa giornata si cessano i rapporti di lavoro con quattro operatori della segreteria amministrativa per gli screenig? Come saranno attivati i sistemi di sorveglianza e le metodologie finalizzate alla valutazione della qualità delle prestazioni sanitarie? Come viene esercitato il controllo esterno sull’operato dei soggetti erogatori privati del SSN in merito ad appropriatezza e qualità delle prestazioni erogate? Sono stati interessati i Comuni per pervenire ad una effettiva  integrazione a livello distrettuale dei servizi sanitari con quelli sociali? È attivo e quanto è determinante l’organismo rappresentativo delle autonomie locali,  la “Conferenza dei Sindaci”, che dovrebbe esercitare le proprie funzioni generali di indirizzo e verifica, formulando anche proposte di indirizzo per la programmazione? Tutti i Sindaci sono consapevoli del loro diritto?

Queste e tante altre considerazioni suscita la lettura del programma operativo, ma se alla politica spetta il compito ultimo di indirizzo e coordinamento, se al commissario è dato il compito di elaborare il piano operativo straordinario che dovrà essere approvato dal tavolo tecnico, alla società civile spettano sia dare le indicazioni sanitarie complessive, così come è scritto nella Carta Costituzionale, sia il dovere di esercitare una costante, attenta opera di controllo non solo sull’attuazione puntuale di quanto previsto dai piani che prima o poi verranno attuati, ma soprattutto vigilare quando si partirà per stilare i Piani Sanitari Regionali ed i successivi Atti Aziendali di competenza della ASREM.

 

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