Terminare la corsa abbracciati alla fede
6 Aprile 2021
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Terminare la corsa abbracciati alla fede

Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7).

La Seconda Lettera a Timoteo appartiene anch’essa al corpus della Lettere Pastorali ed è considerata il “testamento di Paolo”, dal momento che in essa l’Apostolo, che si trova in carcere per Cristo portando, agli occhi del mondo, le catene di un malfattore, esprime la chiara percezione che è giunto ormai il momento di lasciare questa vita. Le parole che la tradizione paolina attribuisce a Paolo vibrano di pathos e commozione, desideroso com’è di comunicare al suo figlio spirituale Timoteo, collaboratore infaticabile e presenza fedele nei momenti difficili, le perle della sua sapienza spirituale insieme a tutto il tesoro della fede ecclesiale.

L’Apostolo si lancia nella rilettura della sua vita che assimila ad una “buona battaglia” e ad una “corsa” (2Tm 4,7) e ripercorre la sua storia attraverso volti, nomi, ricordi. Nei 10.000 chilometri percorsi per amore di Cristo e della Chiesa, molti sono stati gli incontri, i doni, le esperienze, le scoperte, ma altrettanto numerose sono state le umiliazioni, le delusioni, le sofferenze, gli abbandoni. Paolo non è stato un uomo freddo e insensibile, distaccato da tutto e da tutti, ma un uomo teneramente coinvolto nei rapporti tanto da mostrarsi vulnerabile ed esposto, così da essere più volte ferito. Di questa vulnerabilità però egli non si vergogna, la lascia emergere come fosse anch’essa un dono da trasmettere in punto di morte.

Paolo è consapevole di aver maneggiato un materiale altamente esplosivo, il Vangelo, che è quella dinamite che fa saltare nei cuori le catene dell’attaccamento all’ingiustizia e al peccato per accendere il fuoco della fede in Cristo e l’adesione a una vita nuova secondo la grazia. Essere stato artificiere del Vangelo non lo ha reso indenne da rischi. Quel Vangelo che ha infiammato la sua vita, invadendone ogni area, lo ha spinto a generare molti alla fede, ma gli ha attirato contro tanto odio, disprezzo e indifferenza. Il suo corpo di carcerato porta tutte le ferite dell’amore per il vangelo di Cristo e, anche se alcune sanguinano ancora, egli riesce ad accarezzarle e a farne le feritoie dove filtra l’onnipotenza di Dio che ha reso la piccolezza e la fragilità dell’Apostolo lo scenario della manifestazione della sua forza salvifica. Paolo sa bene in chi ha creduto e questa conoscenza profonda stabilisce il suo cuore nella pace, malgrado senta avvicinarsi in fretta la morte.

La vita di un uomo che è stato “messaggero, apostolo e maestro” (2Tm 1,11) è stata sì ricca di sofferenze ma pienamente degna di essere vissuta, poiché resa da Dio un canale per far passare la salvezza nella vita di molti. Questa è la gioia di Paolo che sa che le catene, pur se riescono a fermare la corsa di un uomo che annuncia il Vangelo, non potranno mai fermare la corsa della Parola di Dio. La Parola è più grande di chi la porta, lo precede, lo accompagna e lo supera grandemente. Paolo quindi sa di non aver portato lui la Parola di Dio, ma di esser stato portato da lei. Per questo raccomanda a Timoteo di soffrire con lui per il vangelo, di prendere a modello i suoi insegnamenti, di rinfiammare il carisma della successione apostolica che da lui ha ricevuto, di insegnare con pazienza e mitezza agli altri, di esercitare l’arte del discernimento, ma soprattutto di impregnarsi sempre più della Scrittura che “ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Tm 3,16-17).

Parlando a Timoteo, Paolo ricorda a tutti che il tornio del cuore dei battezzati è proprio la Parola di Dio che insegna a servire la giustizia, che è, sì, un dono di Dio, il solo giusto che ci giustifica, ma anche un impegno di noi uomini e donne sbocciati nella storia per essere custodi degli altri e del mondo.

Ogni vita sbocciata su questa terra è una parola di Dio che diventa eredità da consegnare a chi verrà dopo di noi. Questa parola che siamo l’abbiamo scoperta o non ancora? Che il travaglio di questo tempo di prova diventi l’opportunità per scoprirla, nutrirla e consegnarla con generosità a chi ha fame di parole sapide, generative, capaci di trasformare il mondo in un giardino ricco di frutti di amore e di giustizia.

 

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