Terza repubblica alle porte?
10 marzo 2018
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Terza repubblica alle porte?

La constatazione che le Politiche 2018 segneranno un punto di non ritorno, il fatidico salto nel buio verso la notte della Repubblica, è un fatto conclamato. Vinti e vincitori, ammesso che nel lungo termine ce ne siano, poiché il dato post-urne stavolta è puramente statistico, si troveranno a gestire un passaggio storico, nella sua accezione negativa.

La legislatura appena terminata, tra qualche decennio verrà ricordata come probabile termine della breve esperienza della Seconda Repubblica; in prospettiva c’è un limbo che non sembra essere di breve durata, poiché alle viste non si individua chi possa raccogliere il testimone per ricostruire una coscienza politica collettiva ormai al lumicino.

Ecco perché l’inizio di una Terza Repubblica appare per certi versi in uno stato embrionale e questo induce a pessimistiche considerazioni anche per il futuro della nostra regione, dove l’onda lunga degli eventi capitolini giunge in maniera amplificata (negativamente) e tende ad avere tempi di reazione immemori, come la storia locale ci ha più volte insegnato. Questo al netto della classe politica esistente, balzata agli onori della cronaca nell’ultimo ventennio ben poco per l’azione legislativa, ma largamente per procedimenti giudiziari, legami familiari che si concretizzano in gare di appalto piuttosto ‘opache’, progetti autostradali tenuti in vita esclusivamente per alimentare clientele necessarie in vista di tornate elettorali, primariati ospedalieri creati ad hoc. Solo per citare alcuni casi.

Alla luce di queste semplici considerazioni e tornando al contesto nazionale, ecco spiegato il pessimismo per l’avvento di una Terza Repubblica quale cesura dai fallimenti precedenti.

A differenza dell’avvento della Prima, in quel lontano 1° gennaio 1948 in cui avvenne la promulgazione della Costituzione che avrebbe preluso al Miracolo Economico ed a differenza della Seconda, originatasi dalla temperie legata a Tangentopoli, non regna nessuna certezza su fatti politici, economici o di altro tipo che avviino una fase storica nuova per il nostro paese. Mancano attori e spettatori capaci di dare vita ad una sollevazione popolare, ad un movimento di opinione che si indigni ed al tempo stesso faccia da apripista per una svolta senza la quale il nostro paese non potrà resistere a lungo, se non sopravvivendo.

Eppure il distacco tra opinione pubblica ed urne avviene paradossalmente in vista di una data, il 4 marzo 2018, che segna un momento fondamentale della nostra storia: nello stesso giorno, nel 1848 venne emanato lo Statuto albertino, legge del fu Regno di Sardegna e d’Italia, che possiamo considerare il padre dell’attuale Costituzione, documento grazie al quale gli italiani cominciarono a trasformarsi da sudditi in cittadini.

Questa coincidenza appare quasi un monito a ricordare, ad informarsi, a reagire al torpore che domina le coscienze, che tra disaffezione generale verso la politica e svolte sempre più reazionarie e conservatrici, gettano ombre inquietanti sulle generazioni di un continente che fu culla del Rinascimento e dell’Illuminismo.

La stringente attualità ci riporta a Roma, a quelli che saranno gli scenari del dopo elezioni, ma non è facile guardare a quello che sarà il futuro prossimo, senza considerare ciò che siamo stati, grazie ai personaggi che hanno affollato le pagine dei manuali scolastici. E si torna allora a quel 1848 e 1849 ed a quella ‘distanza storica’ di 170 anni, periodo della Repubblica Romana, figlia di Mazzini, Armellini e Saffi, che diedero vita alla Carta dei diritti ideata dall’assemblea del Campidoglio.

Personaggi, scenari, situazioni ed eventi storici che ‘stridono’ fortemente, per usare un eufemismo, con il dibattito sterile a cui siamo costretti oggi.

Se sessant’anni fa il leader socialista Pietro Nenni verificò a sue spese il paradosso delle “piazze piene ed urne vuote”, oggi quella evidenza appare tanto più vera di quanto non fosse allora, con l’aggravante che vanno svuotandosi le stesse agorà cittadine, centro del confronto politico.

Questo ha portato allo svilimento del patto vero tra elettore e nominato, il “mandato imperativo” statuito nella Carta Costituzionale, sistematicamente vilipeso da coloro che vengono investiti dagli elettori, autorizzati a loro volta a sentirsi liberi dal vincolo di mandato elettorale, disertando urne e piazze.

Resta da chiedersi in ultimo in cosa risieda ancora il senso di esprimere un giudizio elettorale, sapendo in anticipo che la nostra volontà non verrà minimamente tenuta in considerazione.

Se si fosse trovata una risposta plausibile a tutto ciò, questi ed altri interrogativi non avrebbero ragione di essere; pur tuttavia, il fioco bagliore di un ritorno alla politica vera fatta da uomini veri, oggi così fievole, alberga nei cuori di ognuno di noi, maggiormente in una regione a Sud, dove solo la politica può dare le risposte di cui abbiamo bisogno e che ci spinge ancora a depositare la scheda all’interno dell’urna.☺

 

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