Trasmettere la vita
7 Gennaio 2021
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Trasmettere la vita

Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita” (1Ts 2,8).

La Prima Lettera ai Tessalonicesi è ritenuta il più antico scritto neotestamentario e il più pervaso dal fremito dell’attesa della parusia, ovvero la venuta del Signore nella gloria che dischiude l’orizzonte sul compimento della storia.

Tessalonica, l’attuale Salonicco, è tra le prime città convertite dalla predicazione di Paolo in Grecia, evangelizzata durante il suo secondo viaggio missionario, prassi pienamente in linea con la strategia dell’Apostolo di privilegiare i grandi centri urbani per favorire una maggiore diffusione del Vangelo in tutto l’impero.

Paolo non scrive a titolo personale ma come membro di un gruppo di missionari cristiani composto anche da Silvano e Timoteo, mostrando la sua predilezione per un servizio alla Parola vissuto in sinergia con altri fratelli e offrendo, tramite la Lettera, uno spaccato significativo sulla prima evangelizzazione e sull’inizio del suo ministero segnato da umiliazioni, sofferenze e persecuzioni provenienti sia dai giudei che dai pagani.

L’Apostolo elogia i Tessalonicesi per la loro disponibilità ad accogliere il Vangelo, che si è diffuso in mezzo a loro non solo per mezzo della parola ma anche “con la potenza dello Spirito Santo” (1Ts 1,4), e ad aderire a Cristo abbandonando gli idoli “per servire il Dio vivo e vero” (1Ts 1,9). I credenti di Tessalonica hanno seguito l’esempio dei loro evangelizzatori e del Signore stesso, diventando prototipo di una comunità di uomini e donne redenti. Tuttavia Paolo avverte delle interferenze pericolose provenienti con molta probabilità da falsi maestri intenzionati ad inquinare la qualità della missione dei tre evangelizzatori e subito ne prende le difese.

L’Apostolo tratteggia così un profilo dei predicatori del Vangelo utile ai Tessalonicesi per sgomberare il campo da ogni malinteso e prezioso per noi credenti di oggi di fronte alle sfide della Nuova Evangelizzazione. Paolo insiste sul tratto della parresia, il coraggio cioè di annunciare il Vangelo senza vergogna anche in condizioni avverse, che si coniuga con la libertà interiore che spinge a predicare non per cercare il consenso umano ma per piacere a Dio. Un evangelizzatore sintonizzato con il cuore di Dio non ha altro interesse che manifestare Cristo. Pertanto egli non ricorre all’adulazione, non ricerca né il guadagno né la gloria umana e non sfrutta l’autorità di cui gode. Il vero evangelizzatore per Paolo è uno che si mette al servizio degli altri e si relaziona con semplicità assumendo sentimenti sinceri e profondi che trasformano la comunità ecclesiale in una comunione di amici, in una vera e propria famiglia. L’esercizio della sua autorità non si manifesta attraverso il registro del comando, dell’imposizione o della ricerca del privilegio, ma dell’amore di cui sono capaci una madre e un padre: “siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari… come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio” (1Ts 2,7-8.11-12).

Come una madre, l’evangelizzatore si occupa della cura amorevole e del nutrimento dei credenti e come un padre li esorta ed incoraggia a vivere un’autentica vita credente. Trasmettere il Vangelo quindi non è un’operazione asettica, ma un evento viscerale che coinvolge tutti gli ambiti dell’esistenza e crea comunione tra le persone, instaurando rapporti gratuiti che profumano del dono di Cristo e generano a una vita nuova.

Anche oggi l’evangelizzazione o la cura pastorale possono essere intese come un successo personale ed essere condizionate dalla ricerca di follower e di consenso. Il vero missionario però non è il protagonista della semina del Vangelo ma colui o colei che attraverso l’arte casta della paternità e maternità spirituale sa trasmettere la vita agli altri e condurli all’incontro trasformante con Cristo.

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