Tre virtù per rifondare una società più equa, partendo dal basso
12 Giugno 2017
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Tre virtù per rifondare una società più equa, partendo dal basso

La mistificazione dei media: buttiamola in “caciara”

Raramente mi capita di vedere per più di qualche secondo quelle trasmissioni televisive che da anni e anni mescolano politica, informazione e spettacolo. Molto tempo fa queste trasmissioni ebbero l’indiscutibile merito di rompere il conformismo politico-culturale del paese e portare in superficie storie, esperienze, lotte sociali e scandali politici che diversamente non avrebbero avuto legittimità e dignità nel mondo politico, istituzionale e nei grandi mezzi di informazione. Oggi queste trasmissioni sono divenute spesso e volentieri una variabile del coro generale e parassitariamente vivono nella e della decadenza del sistema. La sera di Mercoledì 15 mi ha incuriosito la trasmissione di Floris, ho fatto eccezione alla regola e mi sono imposto di ascoltare per più di un’ora Cacciari, Travaglio, Davigo, Salvini, Lavia e lo stesso Floris. Ho sbagliato e di molto. La mia conoscenza dei fatti non si è arricchita di una virgola, la mia comprensione dei problemi non si è spostata di un millimetro e la mia depressione politica è aumentata.

È andato in onda un festino nel quale ognuno recitava faziosamente la sua parte elettorale, comizietti conditi con battutine velenose, quasi tutti i protagonisti impegnati a trasformare la platea dei telespettatori in una delle tante e peggiori curve dei nostri stadi di calcio. Cacciari ha fatto ancora una volta eccezione, ha tentato di portare analisi, ragionamenti e argomenti sull’oggi e sul domani, ma nell’acquario era chiaramente un pesce fuor d’acqua, una sorta di Giovanni Battista che predicava in totale solitudine. Scontata la manfrina dei Travaglio, dei Salvini, dei Lavia e dello stesso Floris sono rimasto sconcertato da Davigo, magistrato e rappresentante dei magistrati. Il Davigo con un tono che ricorda i tempi del ventennio ha spiegato che la politica non si deve occupare né di industria, né di finanza e che le banche in crisi debbono fallire e altre sciocchezze di questo tipo. Tempo fa, prima delle elezioni romane mi era capitato di ascoltare la Raggi, con minore dottrina e con un Io meno ipertrofico del nostro magistrato, ma la veemenza e i ragionamenti erano gli stessi del dottor Davigo. È passato un anno da quando la Raggi è divenuta primo cittadino di Roma e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Altri, non meno combattenti colleghi di Davigo si sono cimentati con la Politica e anche in quei casi il cursus honorum non è stato così brillante. Certo rispondere ai tanti Davigo, Travaglio, Salvini difendendo l’indifendibile, ovvero i comportamenti indecenti di Renzi e della Boschi, è puro autolesionismo.

Il mondo svolta a destra

La verità è semplice, quanto dolorosa: la politica è stata decapitata in primo luogo da gran parte di una classe politica indegna che ha scambiato il bene comune con l’interesse particolare e da quei vertici delle istituzioni e dei partiti che hanno ridotto gli stessi partiti in consorterie e in imprese private. La crisi della politica che è poi crisi della democrazia ha una storia lunga, e a questa crisi hanno contribuito, anche, una parte importante del mondo imprenditoriale e della stessa magistratura: di esempi è ricchissima la cronaca di questi ultimi decenni. Quello che abbiamo avuto in Italia è il fallimento di un’intera classe dirigente e non sarà qualche masaniello con o senza toga a tirarci fuori da questa situazione. La situazione è resa ancora più difficile dal contesto internazionale ed europeo, quello italiano non è un caso, ma sempre più la regola: un avventuriero oggi è presidente degli Stati Uniti, la destra estrema prende il 48% in Austria, va al ballottaggio in Francia ed è il secondo partito in Olanda. L’Italia, come già accadde negli anni ‘20-30, anticipa fenomeni sociali e politici che allora rimbalzarono drammaticamente in altri paesi e produssero tragedie nel mondo.

Ecco le tre virtù che dobbiamo riscoprire per ripartire dal basso 

Uscire da questa palude non è facile e richiede tre virtù che oggi sono molto scarse sul mercato: una visione del futuro che senza perdere la memoria abbia grande forza di innovazione e creatività; una paziente ricostruzione nel territorio di esperienze che indicano una nuova via all’economia e alla società; infine una partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, un movimento e un’organizzazione della politica che nutra nuovi soggetti e nuovi partiti. Si parla giustamente molto di Gramsci in questo ottantesimo anniversario della sua morte e proprio dalle riflessioni e dagli studi di Gramsci ci può venire un prezioso aiuto: la sua intuizione della rivoluzione come processo sociale che nel suo farsi cambia la società; la cultura, il sapere e la conoscenza come via maestra per l’emancipazione delle classi subalterne; l’ intellettuale collettivo come soggetto consapevole della trasformazione. Non quindi la rottura rivoluzionaria giacobina, ma la trasformazione delle “case matte” del sistema, il cambiamento molecolare della società, la prefigurazione del nuovo che deve nascere e la cultura di massa come concime fondamentale di un cambiamento radicale del sistema e del potere. Un nuovo potere che prende forma nei territori, nei luoghi di studio e di lavoro e del quale sono protagonisti consapevoli i cittadini, i produttori e chi è fuori dal mercato del lavoro. Come insegnava Lucio Magri, che di Gramsci era un grande studioso ed estimatore, questa idea della rivoluzione è, anche, la via maestra per rigenerare la Politica e il partito che debbono essere pensati non come corpo separato, ma risultato di un processo nel quale conflitto, alternativa sociale, partito, partecipazione diretta dei cittadini e dei lavoratori vivono simbioticamente nel cambiamento d’ogni giorno.

Il populismo e il disinteresse confondono le coscienze e disgregano il tessuto sociale. Ma ricordate: la rabbia dei diseredati porta al governo i ricchi

Quelli che viviamo non sono tempi belli, ma non ci muoviamo in un deserto. Dal recente passato ci vengono storie concrete e utili insegnamenti. Nei territori vi sono tante e buone pratiche ed una sinistra diffusa che fatica però a trovare una sua identità e una sua unità.

Si dirà, ma questo lavorio nel basso e dal basso come si concilia con la tormenta della globalizzazione, dei mercati internazionali, delle crisi finanziarie, delle migrazioni, della crisi dell’Europa e di tanto altro? Sul filo rosso che tiene insieme “il locale con il globale”, sul famoso e dimenticato “pensare globalmente e agire localmente” abbiamo più volte scritto e ragionato e oggi mi preme sottolineare un’altra priorità, ovvero la disgregazione del tessuto sociale, la confusione delle coscienze, il degrado della società e dell’ambiente, questioni che hanno una grande e drammatica attualità. Non è certo un caso che la rabbia dei cittadini porti al governo i vari Trump o la tecnocrazia di Macron e se Berlusconi avesse qualche anno in meno sarebbe nuovamente al comando del nostro paese.

La rabbia dei diseredati porta al governo i ricchi, questo è il paradosso con cui fare i conti, prima che sia troppo tardi.☺

 

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