Tutto il male del mondo
1 Febbraio 2021
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Tutto il male del mondo

Era il 3 febbraio di cinque anni fa quando sul ciglio di una strada alla periferia del Cairo veniva ritrovato senza vita il corpo di Giulio Regeni, sequestrato il 25 gennaio.

Giulio aveva da poco compiuto 28 anni e si trovava al Cairo per svolgere una ricerca sul ruolo dei sindacati nell’Egitto post-rivoluzionario. Dopo la laurea a Leeds (UK) e un master a Cambridge, aveva già lavorato al Cairo per conto dell’ONU e di una società privata di analisi politiche di Oxford, e vi era tornato come dottorando dell’Università di Cambridge. Non era quindi uno sprovveduto, eppure in quella piazza Tahir da dove era partita la rivoluzione egiziana del 2011, proprio il 25 gennaio, e dove Giulio avrebbe dovuto incontrare delle persone per festeggiare il compleanno di un amico, non sarebbe mai arrivato.

Venne ritrovato nove giorni dopo, nudo e con evidentissimi segni di tortura. La madre, che riuscì a identificarlo solo “dalla punta del naso”, ha poi dichiarato di aver visto sul volto martoriato del figlio “tutto il male del mondo” (le citazioni sono tratte dal libro Giulio fa cose, che i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, hanno scritto insieme al loro avvocato Alessandra Ballerini e che è uscito nel 2020 per Feltrinelli Editore). Quei nove giorni erano stati infatti nove giorni di orrende torture e sevizie. L’autopsia italiana ha rivelato che oltre a lividi, contusioni, abrasioni, tagli, bruciature di sigarette, cinque denti rotti e quindici fratture, fra cui quella di una vertebra cervicale (probabile causa della morte), sul corpo del ragazzo erano state incise delle lettere dell’alfabeto con un oggetto affilato (Giovanni Bianconi, Giulio Regeni, le incisioni sul corpo. La madre: “L’hanno usato come se fosse una lavagna”, “Corriere della Sera” del 7 settembre 2016). Poiché si tratta di una pratica di tortura documentata della polizia egiziana e poiché il ragazzo è stato ritrovato nei pressi di una prigione dei servizi segreti egiziani, le indagini si sono orientate verso gli apparati di sicurezza del Cairo. Il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni sono stati evidentemente un delitto di Stato.

Com’è noto, da cinque anni l’Egitto continua tuttavia a sabotare le indagini, nonostante la Procura di Roma disponga di prove inequivocabili sul coinvolgimento di quattro agenti delle forze di sicurezza egiziane. Ma a ostacolarle è stata – per ragioni finora inspiegate – anche Maha Mahfouz Abdelrahman, la docente dell’Università di Cambridge relatrice di Regeni. Il 7 febbraio 2016 la professoressa scriveva a una sua collega canadese: “Ho mandato un giovane ricercatore verso la morte”, salvo poi negarlo alla Procura di Roma. E arrivava persino a mentire su un incontro avuto con il suo dottorando un mese prima, il 7 gennaio. Durante questo incontro Giulio le aveva regalato una copia di Gomorra, il saggio di Roberto Saviano poi ritrovato in casa della docente durante una perquisizione.

Si tratta di un particolare quasi commovente, se si pensa che Saviano è tornato più volte sul caso Regeni e, di recente, con coraggio, sugli affari tra Italia ed Egitto: “L’Italia non sta facendo abbastanza, voglio andare dritto al punto: nel 2019 le commesse militari tra Italia ed Egitto sono oltre gli 800 milioni di euro. L’Italia sta vendendo all’Egitto armi, armi e armi. Questo è il centro della questione” (twitter del 10 dicembre 2020). Ed è dello scorso 1° gennaio la notizia che, con un’iniziativa giudiziaria senza precedenti, i genitori di Giulio hanno denunciato il Governo italiano, con l’accusa di aver violato la legge 185 del 1990 in tema di vendita di armi e in particolare il divieto di “esportazione e il transito di materiali di armamento verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti”. Un gesto ovviamente simbolico dei due genitori, che continuano a lottare disperatamente per ottenere verità e giustizia per Giulio, animando quell’onda gialla di braccialetti indossati dai loro sostenitori e di striscioni appesi nei comuni, nelle università e nei luoghi di cultura.

Quello di Saviano non è stato recentemente l’unico gesto in favore di Giulio. Lo scorso 14 dicembre il giornalista Corrado Augias si è recato all’ambasciata francese a Roma per restituire la Legion d’Onore ricevuta dalla Francia nel 2007, in contestazione alla decisione dell’Eliseo di aver assegnato lo stesso riconoscimento, in gran segreto, al presidente egiziano Al Sisi. L’esempio di Augias è stato seguito da Sergio Cofferati, Luciana Castellina e l’ex ministro dei beni culturali Giovanna Melandri. Il 18 dicembre è stata poi la volta del Parlamento europeo, che ha votato una risoluzione sulle violazioni dei diritti umani in Egitto, chiedendo di considerare misure restrittive per i responsabili di tali violazioni.

Nella risoluzione si fa riferimento a Giulio Regeni ma anche a Patrick George Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna, noto per il suo impegno a favore dei diritti umani, arrestato a febbraio dello scorso anno con l’accusa, del tutto strumentale, di terrorismo, e ancora detenuto in condizioni disumane, senza nemmeno un materasso su cui dormire e – pare – torturato nella prigione di Tora, al Cairo. Molte sono le analogie fra i due casi e in particolare il fatto che, come Regeni, anche Zaki, prima dell’arresto, aveva deciso di sgretolare diffidenza e pregiudizi attraverso lo studio e la conoscenza. Ma se Giulio Regeni è morto, Patrick Zaki può essere ancora salvato. Questa volta deve andare tutto bene.☺

ZATTERA SIAMO 

Annamaria Mastropietro

Zattera di salvataggio. Questa è la definizione che giudico più appropriata per definire il giornale, locale, sul quale di tanto in tanto scrivo. Un giornale talvolta sottovalutato dagli stessi assidui collaboratori; un giornale impegnato a fotografare aspetti trascurati di un territorio (il Molise, e non solo) e a valorizzare le “belle persone” che lo abitano.

Zattera però! Perché, questo è il mio giudizio, ad esso ci aggrappiamo con forze residuali. Convinti che non si può solo assistere ad un naufragio, ma tentare in ogni modo di porvi rimedio e salvare se stessi ed altri. Dalla deriva del pensiero, nell’unico modo che ha permesso all’essere umano di lasciare le prime significative tracce di sé: la scrittura. È conquista dell’odierna democrazia quella di poter esprimere la propria opinione liberamente (vedasi art. 21 della Costituzione Italiana). Mai avverbio è stato tanto magistralmente e saggiamente affiancato al verbo dai padri costituzionalisti. Esprimere, non imporre. Perciò scriventi mossi da intenti i più disparati. E chi scrive dice: “Sappiate che ci sono, esisto, riconoscetemi e prestatemi ascolto!”. Richieste di attenzione e di allertamento in un mondo di sbadati e sbandati che leggono tutto col rischio di non ricordare a breve termine più nulla. La fonte non si sottrae alla possibilità di dire “Ci sono”. Lo fa con risorse esigue, finanziata solo dagli abbonamenti dei suoi lettori. Ma instancabilmente tesse la sua tela di relazioni, di storie, di denunce. Si difende così contro le brutture e le storture di un sistema che sempre più tende all’omologazione; dove il dissenso, invece che essere costruttivo, diviene motivo di scontro.

La bellezza ci salverà: voglio ripeterlo anch’io insieme a quanti credono all’autenticità dei nostri pensieri scritti. Bellezza uguale servizio, onestà, franchezza, responsabilità. Soprattutto responsabilità, avvertita come urgenza di fornire risposte più che come boria di saccenti. E poi servizio. Perché chi viene raggiunto da queste riflessioni ha modo di fermarsi ed azionare il pensiero, catturato da un titolo intrigante, solleticato da una vignetta, una didascalia o da uno o più degli argomenti trattati nelle ventotto pagine del giornale. È un’occasione di dialogo aperta a chiunque sceglie di costruire e vivere relazioni reali piuttosto che rifugiarsi esclusivamente in comunità virtuali, dove il confine tra identità vera e identità ideale o immaginata diventa sempre più sottile.☺

 

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