Un anno migliore?
13 Febbraio 2019
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Un anno migliore?

Quando leggerete questi pensieri che metto nero su bianco per la nostra fonte, farà poco più di un mese da quella notte fra il 2018 ed il 2019 quando tutti/tutte noi abbiamo augurato a parenti ed amici un anno di salute e di felicità, insomma, un anno migliore di quello che stava finendo. Ma mi chiedo se abbiamo anche pensato che tale anno non poteva cadere dal cielo, che si sarebbe configurato e costruito con le nostre azioni, con il nostro atteggiamento davanti alla realtà di ogni giorno. Abbiamo avuto coscienza del fatto che siamo noi che decidiamo con i fatti, con le nostre azioni, la qualità del 2019, di ogni giorno dell’anno? Sarà decisivo se cerchiamo l’amicizia o se cerchiamo il litigio per qualsiasi cosa; sarà decisivo se sappiamo distinguere fra giustizia ed ingiustizia, se prendiamo per buone e per vere tutte le fake news che ci piovono addosso ogni giorno, o se cerchiamo di investigare quale sia la fonte della notizia e quale potrebbe essere lo scopo della sua pubblicazione.

Sarà importante, per esempio, se ci occupiamo anche della sorte di quelli che vivono fuori dai confini del nostro paese, o se pensiamo che il nostro paese è il più importante, il più autorevole del mondo. Se pensiamo questo, stiamo sul punto di cadere nel nazionalismo che nel secolo scorso è stato il fattore che ha fatto scoppiare le guerre in Europa.

Penso che dobbiamo essere molto vigilanti quando vediamo i governanti che ci presentano un nemico dentro o fuori del paese. Molte volte nella storia questi “nemici” servivano per non parlare dei problemi creati da tale o talaltro governo. Molto pericoloso è, penso io, il concetto del “nemico del popolo”, concetto molto di moda nella Unione Sovietica al tempo di Stalin che serviva come scusa per mettere nei Gulag qualsiasi persona e anche di farla ammazzare.

Che dire di questo primo mese del 2019? Già abbiamo 117 morti nel Mediterraneo, e secondo i politici dobbiamo essere contenti e soprattutto tranquilli perché altri 100 sono stati rispediti in Libia.

Dopo la seconda guerra mondiale moltissimi tedeschi dicevano, confrontandosi con le foto scattate nei campi di concentramento dopo la liberazione, che non ne avevano saputo niente e che per questo loro non erano colpevoli. Va bene, un tedesco che non sentiva di notte la Radio Londra, o uno che non abitava un paese come Sachsenhausen, dove si vedeva e si sentiva l‘odore del fumo che usciva dal crematorio, forse veramente non sapeva niente di quello che succedeva nei campi anche nel suo nome. Ma oggi vediamo tutti in TV o sui social media i filmati fatti nei campi libici, possiamo leggere o sentire le parole delle persone torturate in quei campi, o le parole delle donne stuprate. Oggi non possiamo dire, se mai ci sarà nel futuro un processo come quello di Norimberga, che non ne sapevamo niente. Di quei primi morti nel Mediterraneo siamo tutti colpevoli perche non troviamo una forma di protesta massiccia, unitaria, a livello europeo, contro l’indifferenza generale di fronte alle sofferenze altrui. E non ci dobbiamo illudere, pensando che la nostra indifferenza e la nostra passività di oggi siano meno gravi perché un giorno di gennaio lo dedichiamo alla memoria. Anzi, questa “celebrazione” ha qualche odore di ipocrisia.☺

 

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