Un anno più in là
30 Aprile 2017
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Un anno più in là

“Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale […]; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L’unico pensiero dei Consigli d’amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d’augurio sia a ditte consorelle che a privati; […] tra gli uomini d’affari le grevi contese d’interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale”.
Impossibile non avvertire in queste parole, che aprono l’ultimo racconto di Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, intitolato I figli di Babbo Natale, quella sottile nota di ironia che talvolta contraddistingue la penna di Italo Calvino. Nell’ormai lontano novembre del 1963, quando venne pubblicata per la prima volta questa divertente raccolta, Calvino aveva già intuito la trasformazione del Natale in un motore propulsore per il commercio e in una festa dell’industria che, nel rito dello scambio di regali, spesso imbarazzanti, cela la propria esigenza di produrre e smerciare, smerciare e produrre. È così che il povero Marcovaldo, un manovale sempre alle prese con ristrettezze economiche e problemi familiari, ingenuo e buffo, ma anche estremamente sensibile, è costretto a travestirsi da Babbo Natale per la ditta Sbav per la quale lavora e a consegnare regali porta a porta con il figlio Michelino. Quest’ultimo, entrando nella casa lussuosa di un grande industriale e vedendone il figlio solo, triste e annoiato, lo scambia per un bambino povero. Decide allora di regalargli un martello, una fionda e dei fiammiferi, con cui il bambino devasta la casa e tutti gli altri regali ricevuti. Il giorno dopo, Marcovaldo va al lavoro temendo di essere licenziato, invece scopre che, poiché il grande industriale è rimasto colpito da quei doni che hanno fatto tanto divertire il figlio, la Sbav ha stabilito di lanciare sul mercato il “Regalo Distruttivo”. Il protagonista, perplesso, ricomincia così le consegne, ma, questa volta, di doni modernissimi, che servono a “distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato…”. È chiaramente un’altra frecciatina al cinico universo economico, questa meraviglia straniata di Marcovaldo, al quale non resta che tornare “nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente”.
Nella struggente descrizione del clima di festa natalizio, rimane il messaggio, suggerito dal bambino viziato, di distruggere il lusso e il consumismo che finiscono per emarginare. Ma, subito dopo, inatteso, un altro finale: mentre la città viene progressivamente coperta dalla neve, un leprotto, sfuggito ad un lupo, scappa saltando. “È qua? È là? No, un po’ più in là? Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina”. Finale solo poetico o finale a chiave? Si resta incerti. Forse un vero e proprio significato nascosto non c’è. Resta la neve, che cade sull’anno passato. La vita si sposta di nuovo, in un nuovo anno, un po’ più in là.

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